Corriere della Sera, 18 luglio 2026
Preferenze, Salvini e Lupi insistono
La legge elettorale è arrivata in Senato alle otto di ieri sera. Martedì o mercoledì prossimo verrà incardinata in commissione Affari costituzionali dal presidente Andrea De Priamo. E adesso decidere cosa fare con il testo licenziato dalla Camera è diventato un calcolo a geometria variabile. Tutto è legato alla data delle elezioni, ovviamente. In autunno, a ottobre? In primavera, ad aprile? A scadenza naturale? Con una data che potrebbe fare da spartiacque: il 14 aprile 2027, quando dopo quattro anni, sei mesi e un giorno i parlamentari matureranno la pensione.
La discriminante potrebbe farla la scelta sull’emendamento sulle preferenze. Sì, proprio quello che martedì scorso ha mandato sotto il governo, per un voto. Segreto. Quello tanto caro alla premier Giorgia Meloni e tanto inviso alle donne di Montecitorio. In formazione bipartisan. Matteo Salvini, leader della Lega, preme per ripresentarlo: «Spero ci sia la possibilità di recuperare anche l’indicazione, a qualche titolo, delle preferenze». Con lui Maurizio Lupi, leader di Noi moderati: «Vogliamo un sistema elettorale che garantisca stabilità e governabilità, elementi essenziali sia per affrontare le nuove sfide geopolitiche sia per l’economia. Al Senato Noi moderati riproporrà il tema delle preferenze per ridare la scelta dei rappresentanti ai cittadini». A questo punto il partito della premier prende tempo: «Ne discuteremo», ha detto ieri il ministro Francesco Lollobrigida. A rafforzare il concetto ci pensa Giovanni Donzelli, coordinatore di FdI.
Antonio Tajani, vicepremier e leader degli azzurri, sulle preferenze non si è ancora sbottonato e alla fine a fare la differenza con la Camera c’è un dettaglio affatto secondario: al Senato per una materia come questa il voto segreto non è previsto. Con un voto palese i franchi tiratori spariscono e la maggioranza gioco forza si ricompatta.
Ma a quel punto il nuovo passaggio alla Camera diventerebbe inevitabile. E qui ci sono due questioni: da un lato la possibilità di una nuova bocciatura che, sarebbe molto più dolorosa della prima. Poi ci sarebbe l’altrettanto inevitabile slittamento di ipotetiche elezioni anticipate. Già adesso l’opposizione fa pressing per allungare i tempi. Ieri nelle file del Pd si è levato un coro per invocare il rinvio della legge.
Quella della segretaria Elly Schlein a sovrastare: «C’è la consapevolezza che in un Paese dove il carovita incide su milioni di famiglie, pensiamo al costo della benzina che ha cominciato a salire oltre due euro per effetto della guerra illegale che Trump e Netanyahu portano avanti, la priorità di questa destra sembra quella di cambiare la legge elettorale perché hanno paura di perdere e voglia di garantirsi». Schlein è accorata: «Spero che davvero questo governo si renda conto che il Paese reale chiede altro. L’abbattimento delle liste d’attesa, il diritto a restare dei giovani al Sud, il diritto alla casa, il diritto al trasporto pubblico locale gratuito per gli studenti, l’aumento degli stipendi, un fondo per sostenere le imprese innovative».
Dello stesso tono l’attacco di Francesco Boccia, presidente dei senatori dem: «Siamo di fronte ad una legge elettorale con un premio di maggioranza “monstre” e non in linea con i principi della nostra Costituzione. La destra si fermi». «Il Senato ha ora all’ordine del giorno provvedimenti che riguardano i problemi e la vita dei cittadini italiani, per i quali la legge elettorale non è una priorità. Il calendario delle prossime settimane è già fatto. Mi auguro che il presidente Ignazio La Russa voglia lavorare rispettandolo».
Davide Faraone, vicepresidente di Italia viva, fa un retroscena: «Tra Lega e Fratelli d’Italia c’è stato uno scambio sulla pelle degli italiani: tu mi dai la riforma sull’autonomia, io ti do la legge elettorale». Mentre Riccardo Magi, segretario di +Europa, grida allo scandalo ritenendo che questa legge «va a colpire una delle prerogative del capo dello Stato».