Il Messaggero, 16 luglio 2026
Moda in circolo, seconda vita per i vestiti usati
Se l’abito comprato online non calza a pennello, si restituisce senza pensarci troppo. Quando i ritmi impellenti del mondo della moda spingono a produrre più del necessario, le aziende spesso scelgono l’alternativa più semplice: distruggere i capi in magazzino. La responsabilità è collettiva, l’impatto sull’ambiente rovinoso, le buone prassi esistono e dal 19 luglio c’è anche una normativa europea che indica la strada da seguire. Le grandi imprese non possono più disfarsi di vestiti, scarpe e accessori nuovi rimasti invenduti, le società di medie dimensioni si dovranno adeguare a partire da luglio 2030, solo le piccole sono al momento esentate, per evitare oneri amministrativi sproporzionati. «È un primo passo che va incontro alla necessità di cambiare il modello industriale lineare del settore. È un obiettivo ambizioso, anche perché ci sono alcune deroghe che potrebbero permettere alle aziende di posticipare le iniziative di prevenzione», riflette Francesca Romana Rinaldi, direttrice Monitor for Circular Fashion Sda Bocconi.
Consulente di imprese e istituzioni sui temi della sostenibilità e circolarità nel comparto moda, lo scenario dipinto da Rinaldi è quello di un settore in cui fino a oggi l’utilizzo più efficiente delle risorse non era la massima priorità. Come dimostrano i numeri. Secondo l’Agenzia europea dell’Ambiente, circa il 21 per cento dei prodotti tessili immessi sul mercato europeo resta invenduto e una quota tra il 4 e il 9 per cento viene distrutta prima ancora di essere indossata per un totale compreso tra 264.000 e 594.000 tonnellate ogni anno. «Questo spreco, calcola la Commissione europea, genera circa 5,6 milioni di tonnellate di emissioni di CO», spiega Rinaldi.
Che evidenzia un’ulteriore criticità: nei Paesi Ue il tasso medio di reso per gli abiti acquistati online è stimato al 20 per cento, un capo su cinque commercializzato sui canali digitali viene restituito. «Il tasso di reso per i prodotti online è fino a tre volte superiore rispetto a quello dei capi venduti nei negozi fisici. Si stima che una quota tra il 22 e il 43 per cento, ovvero un terzo di tutti i capi di abbigliamento restituiti acquistati online, finisca per essere distrutto», sintetizza la ricercatrice. Ma adesso si cambia.
«Prima della norma europea la distruzione dell’invenduto era spesso il modo più semplice per gestire il problema. Non potendo più eliminarlo, adesso serve progettare meglio le collezioni e cercare soluzioni alternative. Nei prossimi mesi e anni ne beneficeranno le piattaforme di rivendita, i servizi di riparazione e riciclo creativo, la logistica inversa e sicuramente anche i cittadini, che vedranno una maggiore offerta di servizi per allungare la vita dei prodotti», spiega Rinaldi.
Alcuni esempi virtuosi già esistono, «diverse piattaforme stanno sperimentando modelli capaci di aggregare l’offerta dispersa degli stock e degli outlet aumentando la visibilità dei prodotti e prolungandone la permanenza sul mercato. Si tratta di soluzioni che puntano a valorizzare articoli già realizzati, evitando ulteriore pressione produttiva lungo la catena del valore». Il Monitor for Circular Fashion Sda Bocconi ha supportato la creazione di progetti sulla gestione dell’invenduto come “Second flow”, che integra le giacenze di magazzino di cerniere e bottoni in una piattaforma online evitando che le eccedenze siano smaltite. E offre anche un canale di approvvigionamento alternativo per le materie prime, riutilizzando le rimanenze anziché ricorrere alla produzione di nuovi materiali.
Negli ultimi anni la sensibilità è cambiata, nell’universo della moda. La sostenibilità viene considerata dalle aziende un vantaggio competitivo, ma fin qui ci si è mossi in ordine sparso e su basi spontanee. «Adesso si entra in una nuova era normativa: la circolarità non è più una scelta volontaria d’impresa, ma un quadro regolatorio che sta ridefinendo la progettazione, la produzione e l’accesso al mercato», sottolinea Rinaldi. Una delle leve più efficaci, suggerisce, è agire a monte migliorando la capacità di prevedere la domanda per progettare collezioni più conformi al mercato. «Oggi molte aziende producono ancora su stime poco accurate, con il risultato di generare eccedenze che, a fine stagione, diventano invenduto. Una soluzione consiste nell’integrare strumenti avanzati di pianificazione, basati sull’analisi dei dati di vendita storici, delle tendenze di mercato, dei comportamenti dei consumatori e di algoritmi di intelligenza artificiale».
Previsioni maggiormente accurate permettono infatti di definire assortimenti, quantità e tempistiche più coerenti con la domanda reale, riducendo il rischio di sovrapproduzione. «A questa strategia si possono affiancare modelli di lavorazione più flessibili aggiunge Rinaldi come la produzione in piccoli lotti, il riassortimento rapido e il confezionamento su richiesta, con un adeguamento dell’offerta all’andamento effettivo delle vendite. In questo modo la prevenzione diventa il primo principio della circolarità: il miglior rifiuto è quello che non viene mai prodotto». Ridurre gli invenduti, rimarca la ricercatrice, «significa diminuire gli sprechi di materiali, energia e risorse economiche, con benefici sia per la competitività delle imprese sia per la sostenibilità ambientale».
Questo sul fronte dell’offerta, tuttavia è fondamentale agire anche sul lato della domanda, promuovendo un consumo più consapevole. In sostanza: meno vestiti nell’armadio e una scelta di capi «orientata alla qualità, alla durabilità e al reale bisogno, contrastando le dinamiche di sovra-consumo alimentate dalla continua rotazione delle collezioni e dai prezzi molto bassi». Gli acquirenti sono di due tipi: quelli educati, consapevoli che la moda sostenibile esiste, e coloro che cedono allo shopping compulsivo. «La polarizzazione è forte afferma Rinaldi c’è tantissimo da fare per rieducare i clienti e non credo che le aziende possano farcela da sole. Bisogna intervenire a livello di sistema».