Il Messaggero, 16 luglio 2026
Gli Usa hanno già risarcito 81 miliardi per i dazi
Donald Trump aveva promesso che i superdazi avrebbero riportato le fabbriche in America, ridotto il deficit federale e costretto il resto del mondo a negoziare alle condizioni di Washington. Ma la realtà dei conti pubblici si sta rivelando molto diversa. Il Tesoro americano ha rivelato di aver già restituito 81 miliardi di dollari alle aziende che avevano versato dazi poi dichiarati illegittimi dalla Corte Suprema. È la prima volta che vengono quantificati i rimborsi già effettuati, una cifra enorme che cancella una parte consistente degli incassi ottenuti con la politica protezionistica dell’Amministrazione Trump e contribuisce ad allargare il profondo rosso del bilancio federale.
La rivelazione arriva mentre dalla Cina emergono segnali contrastanti. Nel secondo trimestre il Pil è cresciuto del 4,3%, il ritmo più lento dalla fine del 2022 e inferiore alle attese degli analisti. A frenare l’economia, tuttavia, sono soprattutto la persistente crisi del mercato immobiliare, con investimenti in calo del 18%, e la debolezza dei consumi interni. Lo stesso Ufficio nazionale di statistica cinese sottolinea che la produzione industriale e le esportazioni, soprattutto nei settori tecnologici, continuano a crescere, mentre Pechino punta ora a rafforzare la domanda interna e a creare nuovi motori di sviluppo. Il rallentamento cinese appare quindi legato soprattutto a problemi strutturali interni, più che agli effetti diretti dei dazi americani.
Negli Usa, invece, il contraccolpo delle scelte di Trump è forte e si avverte soprattutto sul piano giuridico e fiscale. I rimborsi riguardano i cosiddetti dazi del «Liberation Day» annunciati da Trump nell’aprile del 2025 e imposti sulla base dell’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA), una legge del 1977 che attribuisce al presidente poteri straordinari in caso di emergenza nazionale. La Casa Bianca sosteneva che gli squilibri commerciali costituivano un’emergenza tale da giustificare un dazio minimo di almeno il 10% sulle importazioni provenienti da quasi tutto il mondo, accompagnato da tariffe molto più elevate nei confronti di numerosi partner commerciali, a partire dalla Cina. Lo scorso febbraio, però, la Corte Suprema, con una maggioranza di sei giudici contro tre, ha stabilito che quella legge non autorizzava il presidente a imporre una tassa generalizzata sulle importazioni. Secondo i giudici, Trump aveva oltrepassato i limiti dei poteri affidatigli dal Congresso e l’Amministrazione è stata chiamata a restituire alle imprese il denaro già incassato. I nuovi dati del Tesoro mostrano per la prima volta l’entità dei rimborsi già effettuati. Dall’inizio dell’anno fiscale il governo ha restituito 81 miliardi di dollari, contro i circa 5 miliardi che vengono normalmente rimborsati ogni anno per contenziosi e rettifiche doganali. Secondo il Dipartimento guidato da Scott Bessent, i pagamenti si sono concentrati nei mesi di maggio e giugno. Il contraccolpo si riflette anche sui conti pubblici. Nei primi nove mesi dell’anno fiscale il deficit federale è risalito a 1.367 miliardi di dollari, il 2% in più rispetto a un anno fa. Contemporaneamente gli Stati Uniti hanno superato per la prima volta la soglia dei mille miliardi di dollari spesi soltanto per pagare gli interessi sul debito pubblico.
Per Trump, tuttavia, i dazi restano il cardine della propria strategia economica. Il presidente continua a sostenere che servano a riportare la produzione negli Stati Uniti, ridurre il deficit commerciale e rafforzare la sicurezza nazionale. Molti economisti contestano questa impostazione, e sottolineano che una parte rilevante del costo delle tariffe finisce per ricadere sulle imprese importatrici e, in ultima analisi, sui consumatori americani. In una nota pubblicata questa settimana, Mark Zandi, capo economista di Moody’s Analytics, ha sottolineato che i dati reali a un anno dall’introduzione dei dazi sono ormai «definitivi» e dimostrano come le tariffe abbiano finito per arrecare «un danno significativo all’economia».
Né la disapprovazione degli esperti, né la sconfitta in tribunale hanno comunque fermato la Casa Bianca. L’Amministrazione ha già sostituito parte dei dazi annullati con una tariffa temporanea del 10%, introdotta ricorrendo a un’altra legge, ma anche la nuova strategia è già finita davanti ai giudici. Nel frattempo, Washington prepara un ulteriore pacchetto di dazi, probabilmente compreso fra il 10 e il 12,5%, motivandolo questa volta con la lotta al lavoro forzato e all’eccesso di capacità produttiva di alcuni Paesi. Nel mirino restano ancora una volta Cina, India, Giappone, Taiwan, Regno Unito e altri partner commerciali.