Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  luglio 17 Venerdì calendario

Ian Anderson ripercorre gli anni dei Jethro Tull

Caro Ian Anderson, nel 2028 festeggerete 60 anni di Jethro Tull. Qualcosa di speciale in vista?
Beh, vista la mia età accetto offerte solo per il 2027. Guardare più in là sarebbe da sciocchi, però con un po’ di buon vento e i miracoli della moderna medicina ho una discreta chance di superare l’anniversario.
Intanto oggi siete a Cagliari per “Frequenze”. Il primo vostro concerto fu al Marquee di Londra nel ’68.
Nelle settimane precedenti al Marquee avevamo provato nomi diversi, insistevano a ingaggiarci con quelli. Questo confondeva il pubblico e noi di più! Il consenso di quella sera ci convinse che Jethro Tull fosse la miglior denominazione.
Che tipo di suono avreste sviluppato se Tony Iommi fosse rimasto con voi invece di trasferirsi nei Black Sabbath?
Pranzeremo insieme il mese prossimo, glielo chiederò. Credo ci saremmo indirizzati verso un hard rock più semplice.
Invece vi spingeste al limite estremo del progressive. Oltre la suite di 40 minuti di Thick as a brick non si poteva andare.
Era progettata come una surreale parodia del nuovo genere Prog. Volevo sembrasse intrigante, misteriosa. E leggera, umoristica in alcuni punti.
Quell’album girava intorno alla poesia di un enfant prodige immaginario, Gerald Bostock, che abbiamo ritrovato in Thick as a brick 2 e Homo erraticus. Come sarebbe oggi Bostock?
Morto, probabilmente. O vecchio quasi quanto me. Forse si godrebbe la pesca e il golf. Poveraccio…
Se qualcuno lo reinventasse con l’IA?
Dovrebbe vedersela con i miei avvocati.
Come le venne in mente di sfidare Bach con il flauto in Bourée?
Colpa di un aspirante chitarrista classico che abitava in un monolocale sotto di me a Kentish Town. Provava il pezzo in continuazione finché non mi si ficcò in testa. Decisi di dargli un po’ di swing in una versione jazz alla Dave Brubeck.
Con i Jethro, proprio nel ’68, partecipaste allo speciale tv Rock and Roll Circus dei Rolling Stones.
Ho ancora impressa l’energia di Jagger e il suo impegno nel dare il meglio anche quando era sfinito dopo mille riprese.
Che pensa del loro nuovo album Foreign Tongues?
Avrei preferito che il produttore Andrew Watt non usasse l’autotune per Mick. Meglio lasciare la sua voce da sola. E che non smanettasse con i software per far sembrare la band sempre accordata e a tempo. Quella non è l’essenza degli Stones.
Jagger è tornato ad alimentare la polemica sul rock “politico”. Senza citare Springsteen, Mick ha dichiarato: “La gente viene ai concerti per divertirsi, non per ascoltare prediche”. Lei da che parte sta?
Non mi esprimo pubblicamente su questioni politiche. Ma se parlo in via informale di Trump, Putin o Netanyahu la faccenda diventa personale! Quel che mi fa diventare matto non è la strategia di un leader bensì la mancanza di sincerità, di integrità e moralità. Tuttavia, nei miei testi non troverai personaggi reali. Sono ampiamente d’accordo con Jagger ma i brani in cui rifletto sul mondo lì fuori vogliono aprire un dibattito, senza convincere la gente a credere nelle mie tesi. E spero non siano percepiti come mero intrattenimento. La loro natura è spesso molto più seria di quanto non appaia.
Il 30.08.70 suonaste al Festival dell’Isola di Wight, di fronte a 600mila persone. Dopo i Moody Blues e prima della Jimi Hendrix Experience.
Jimi salì sul palco per ultimo, alle 2 del mattino. I suoi roadies si erano sbattuti per montargli l’impianto in fretta, così da fregarci lo slot serale, ma i nostri furono più svelti.
E il set di Hendrix fu flagellato da problemi tecnici. Altri ricordi?
Il folksinger Tiny Tim che pretendeva il compenso prima di sparare una sola nota.
Tutto questo tempo dopo, ancora sfornate album. Quello dell’anno scorso si intitola Curious Ruminant. Chi glielo fare a essere tuttora così creativo?
Non è una mia decisione conscia. La Musa viene a cercarmi quando meno me lo aspetto. Da dove viene? Chi è? Non ne ho idea e sarà meglio che non me lo chieda. La meraviglia è nel mistero.
Tra duecento anni il Padreterno la convoca e le chiede di suonare una sola canzone dei Tull.
Sceglierei My God da Aqualung. Il concetto di Dio dentro di noi, e di noi come parte della coscienza universale cui diamo quel nome non è troppo lontana dagli insegnamenti cristiani, il buddismo e le filosofie orientali. Mi trovo di fronte a Dio ogni mattina quando scendo dal letto e contemplo il mondo, la creazione. A quel punto gli chiedo scusa, e vado a pisciare.