La Stampa, 17 luglio 2026
Francesco Pierantozzi parla di sé e del fratello Alcide
Francesco Pierantozzi ha smesso di lavorare per dedicarsi a suo fratello, Alcide, e al suo libro, Lo Sbilico (Einaudi), oltre 33mila copie vendute, quest’anno finalista allo Strega, vincitore del Premio Valle d’Aosta e dello Strega D Deutschland, ora in corsa per il Campiello. Lo accompagna in ogni tappa del tour di presentazione, in tv, in radio, alle cerimonie, ai premi. Come un agente. Invece, è il suo caregiver. Atipico: non un figlio di genitori anziani, sfibrato dal carico mentale ed economico delle cure palliative; non un genitore di bambini con disabilità motorie. Difficilmente immagineremmo un trentaseienne energico e sereno, allegro, completamente dedito al fratello scrittore quarantenne, che senza di lui non potrebbe incontrare i suoi lettori e viaggiare, perché non può rimanere solo a lungo, perché può piombare nel panico e poi nelle convulsioni per un treno in ritardo, per lo sgarbo di uno sconosciuto, per un imprevisto minimo.
Alcide soffre di una malattia psichiatrica complicata, multiforme. Disturbo bipolare e depressivo, spettro dell’autismo, dissociazione dell’io: negli anni, gli è stato diagnosticato di tutto. Per lui non c’è cura ma solo terapia, gestione. Da tempo, ogni giorno, assume stabilizzatori, attivatori e dopominergici, che gli cambiano la vita, gli stravolgono la percezione del mondo, le emozioni, la scrittura. «Nel mio caso, le medicine possono solo resettare un cervello nato storto, riportarlo alla sua stortezza di partenza», scrive ne Lo Sbilico, il romanzo in cui ha raccontato l’impazzimento, l’impatto sulla famiglia, sulle persone intorno, la crudeltà della loro normalità.
Senza Francesco, Alcide non avrebbe potuto portare nel mondo, fra le persone, il suo libro. «Mi chiedo come faremo a tornare alla vita di prima», dice alla Stampa. Ci parla da Asiago, dove ha accompagnato Alcide per una tappa del tour del Campiello. Sono le sette del mattino: è uno dei pochi momenti della giornata in cui è solo.
Sa che il primo dei consigli per i caregiver della National Family Caregivers Association è: non permettere che la malattia del tuo caro sia costantemente al centro della tua attenzione?
«Molti mi dicono che io non penso a me. In realtà lo faccio costantemente, perché stare vicino ad Alcide significa stare vicino all’essere umano che mi è più prossimo e simile. Dargli tutto, per me, è sempre stato scontato. Anche perché gli devo la vita: mia madre ha perso un figlio in grembo, il suo secondogenito dopo Alcide. I medici le dissero che un’altra gravidanza avrebbe messo in pericolo la sua vita. Ma Alcide, quando aveva sei anni, le chiese un fratellino. Erano tutti in vacanza ad Assisi, mia madre ne parlò con mio padre, lui si oppose, ma lei lo supplicò. Nove mesi dopo, nacqui io. Se davvero esiste un mondo di sopra dove le anime scelgono in quale corpo andare, io sono sicuro di aver raccolto la chiamata di quell’uomo e quella donna che poi sono diventati i miei genitori».
Francesco e Alcide sono un duo artistico?
«Ma no. Il genio è lui e basta. Quando ero piccolo, era timido, voleva fare il regista, andava sempre in giro con la telecamera. Una volta, mentre giocavo a calcetto, mi raggiunse e mi disse che era arrivato un biglietto per me. Me lo mostrò. C’era scritto: “Ciao Francesco, siamo di Cinecittà. Ti abbiamo reclutato per fare il nuovo Tarzan a settembre, mandaci entro domani sera un video di te che reciti la parte di Joey in Dawson’s Creek”. Io dissi ai miei amici che dovevo andare, perché stavo per diventare una star hollywoodiana, e andai a girare con Alcide uno dei suoi tanti piccoli film. E ricordo che nessuno capiva che cosa speciale fosse, questa: tutti lo bullizzavano, o gli ridevano dietro. E quindi il mondo mi ha aiutato subito a capire da che parte stare: quella di mio fratello, che è il mio migliore amico e la mia più grande ricchezza. Se non avessi avuto Alcide, non avrei letto i libri che mi hanno cambiato la vita. Non sono un grande lettore, ma li leggevo perché lui me li lasciava sul divano come a dire: fanno per te, se vuoi, prendili. Mi ha regalato la mia prima chitarra».
E ora ha smesso?
«Forse non ho mai iniziato. Dopo il liceo, mi sono trasferito dalla provincia di Teramo a Milano, dove viveva già Alcide. Mi sono iscritto a un’accademia, e per qualche anno ho suonato e scritto canzoni. Tornavo a casa ogni tanto per lavorare nella conceria di mio padre e pagarmi la vita milanese. Poi, con il Covid, siamo rientrati definitivamente, e io ho preso a lavorare nella conceria a tempo pieno. Ma Alcide ha avuto il suo crollo definitivo. E ho potuto stargli vicino perché ogni volta che aveva una crisi, potevo raggiungerlo: guardavo mio padre, e lui capiva. Se fossi stato dipendente di un qualsiasi altro ufficio, sarei stato licenziato».
Ora che lavoro fa?
«Nessuno. Mi sono preso un anno sabbatico per aiutare Alcide con il suo libro».
Riceve sostegno pubblico?
«Non so nemmeno se esistono. Einaudi ci tratta con i guanti, paga tutto per me. Sempre. Idem la Fondazione Bellonci per lo Strega, idem il Campiello. Tutti ci sono venuti incontro. Non lo davamo per scontato, siamo infinitamente grati. Ma aiuti statali per la nostra quotidianità non li ho mai chiesti, perché ho paura del tempo dell’attesa. E io non posso aspettare, e nemmeno perdere tempo in procedure, lotte. Conduco una vita in cui devo minimizzare i problemi, fare sì che non si accumulino. Sono supportato dalla mia famiglia e da Alcide, che sa di avere bisogno di aiuto e collabora per farsi aiutare».
Ma lei ha competenze per aiutarlo?
«No. Non ho studiato. Lo aiuto empaticamente: lo conosco, è mio fratello, capisco quando ha pensieri terribili, o qualcosa lo mette a disagio. Quando ha una crisi so che non va lasciato solo. Bisogna sederglisi accanto e creare una zona di comfort, sempre diversa, perché ogni crisi richiede qualcosa di nuovo, una piccola invenzione, un’altra tenerezza».
Non ha mai paura?
«Di mio fratello, no. Di crollare io, nemmeno. Ho paura di quello che non dipende da me. Sono terrorizzato dalla guerra perché temo che un giorno possano smettere di arrivare i medicinali alle farmacie. Qualche mese fa abbiamo avuto un’esperienza terribile in treno, e da allora cerco di accompagnare Alcide in macchina. Eravamo appena saliti su un Frecciarossa, e ci siamo accorti che non c’era ricircolo dell’aria, quindi Alcide ha iniziato a stare male, io gli ho detto di restare immobile, gli ho giurato che sarei tornato in cinque minuti e lo avrei salvato. Ho trovato il capotreno e gli ho spiegato che mio fratello avrebbe avuto un attacco psicotico e poi le convulsioni, scatenando il panico delle persone a bordo. Lui mi ha detto che mi avrebbe dato dell’acqua e allora io ho minacciato di chiamare la polizia. A quel punto, è venuto con me, abbiamo portato Alcide in prima classe, dove c’era l’aria condizionata funzionante. Alcide si è seduto, davanti a lui c’era Fausto Leali, mi ha sorriso e ho tirato il sospiro di sollievo più grande di tutta la mia vita. Ho proseguito il viaggio nello spazio tra la sua carrozza e l’altra. In piedi. E ho visto che gli altri passeggeri di quella carrozza rotta venivano trasferiti e sono stato felice, mi sono sentito utile. L’altruismo l’ho appreso da Alcide».
È il senso alla vita, no?
«Vengo dalla musica e quindi dai fallimenti. So che il mondo non si cambia con una canzone, che non si cambia e basta, ma quando aiuto mio fratello è come se il mio aiuto si moltiplicasse, perché lui aiuta centinaia di persone che poi diventano migliaia con i suoi libri e soprattutto con questo libro. E allora mi chiedo: se non aiuto mio fratello, che faccio?».
E il suo privato?
«Le ragazze non accettano che io non sono mai solo».
Ha potuto contare su scrittori in questi mesi?
«Tanti. Ma quella che più ci è stata vicina è stata Donatella Di Pietrantonio. Una seconda mamma».
Cosa chiede alle istituzioni?
«I problemi sono tantissimi, mi sembrano irrisolvibili tutti, a parte la solitudine. Alcide ormai è famoso, gli amici di mio padre sono fieri di lui, e lo è mio padre stesso, che all’inizio era ostile e spaventato, e tutti lo tutelerebbero, ma che facciamo con chi non scrive e non vince premi? Con quelli che ci fermano in stazione per chiederci una sigaretta e che noi li evitiamo, schifati? Non vogliono sigarette: vogliono solo parlare. Ecco, sogno che il nostro governo si impegni in una campagna che trasmetta a tutti l’importanza di smettere di trattare i matti come scarti, smettere di averne paura».