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 2026  luglio 17 Venerdì calendario

Freddie Spencer parla della sua carriera

“La vedi la targa? Beh, guardala bene perché non la vedrai più…”. E ride. Siamo alla partenza del tour di prova dell’ultima Honda e Freddie Spencer è tra gli invitati. Arriva primo. Come sempre, o quasi, anche all’appuntamento. Giubbotto tecnico, jeans, sneacker. Fa caldo e non suda, così come non sudava quando le telecamere di tutto il mondo gli inquadravano la faccia, quegli occhi nel casco, sulle griglie di partenza con ingrandimenti come fosse un attore di Sergio Leone nella Trilogia del dollaro. Lasciò il motomondiale definitivamente nel 1993, dopo aver vinto due titoli in 500 e uno in 250 tra il 1983 e il 1985, e il campionato Ama nel 1995 ed essere stato fermato sul più bello, nel 1986, da problemi fisici.
La giornata particolare con Freddie comincia così. Con la battuta sulla targa, che vuol dire: vado tanto più forte di te che sparisco. È la prima prova della Honda CB1000 F, una moto con cui si va abbastanza veloci di passo. Il percorso si sviluppa a nord del Lazio. Certo non è una partenza con i 5 semafori rossi. Lui è davanti e le provinciali non sono il Mugello, ma disegna sciolto sorpassi e traiettorie quasi sempre nel rispetto del codice. La questione cambia se dopo una sosta per le foto te lo ritrovi dietro e con gli specchietti riconosci quel casco Arai bianco rosso e blu: sta a sinistra, poi si sposta, poi ti sorpassa dove trova uno spazio che non sembrava ci fosse. Sono in due in sella, con la moglie Alexandra che lo asseconda esperta nonostante le inclinazioni.
Freddie è stato l’ultimo a vincere le due classi 250 e 500: guidava le Honda due tempi ed era il 1985. Non era come le MV 350 e 500 di Giacomo Agostini, che erano uguali con pochi cavalli di differenza. Tra 250 e 500 due tempi la differenza di peso e potenza è quasi doppia. Dopo di lui nel 1988 vinse due classi, 80 e 125, Aspar Martinez. E prima di lui Mike Hailwood nel 1958-59 corse in 125, 250, 350 e 500: cominciava alle 10 e finiva alle 17. Il paddock racconta che una notte tornando in albergo chiese al portiere: “A che ora è la prima gara domani?”. “Alle 10 Sir Hailwood”. “Bene, svegliami alle 9.15”.
E adesso il campione ricorda. “Nell’85 si partiva ancora spinta. C’è un episodio al quale penso sempre. Ero sul podio del Mugello perché avevo vinto la 500 e mentre stavo brindando con lo champagne ho visto le 250 che entravano in pit-line. Mi sono dovuto sbrigare a scendere e prendere la moto, ma in partenza ero ancora affaticato e alla prima curva ero diciannovesimo”.
Si sta a cena in un hotel all’Eur. La moglie Alexandra è svizzera del Canton Ticino, madrelingua in italiano, francese e americano e sono qui per festeggiare i sei anni di matrimonio. Alexandra è nell’organizzazione del trofeo Royal Enfield in cui corrono le donne negli Stati Uniti si chiama “Build. Train. Rac”. È un programma esclusivo e di avanguardia che permette alle donne selezionate di personalizzare, preparare e correre con la Royal Enfield Continental GT 650 per la categoria Road Racing o Int 650 per il flat Track. Ed è un successo.
Insomma, Freddie con Alexandra è rimasto nell’ambiente anche a casa. Lui che è stato uno dei giganti della scuola americana che dominava i mondiali negli anni Ottanta e Novanta, con Roberts, Schwantz, Lawson, Rainey, Mamola. I Marziani che erano nati sulle piste “sporche” del dirt-track e cresciuti accettando e gestendo la perdita di controllo della moto in scivolata di frenata e poi di accelerazione in entrata e in uscita dalle curve, un’aggressività lontanissima dalla guida degli stilosi europei. Il primo a mettere il ginocchio a terra fu Kenny Roberts inizio anni ’70, dopo un timido accenno del finlandese Jarno Saarinen. Roberts adottò questa tecnica, derivata dalla sua esperienza nel dirt-track per due motivi: bilanciare la moto spostando il peso del corpo all’interno della curva, così riusciva a mantenere la Yamaha più dritta aumentando la superficie di contatto del pneumatico e permettendo una maggiore velocità di percorrenza. E poi perché il ginocchio era un vero e proprio “sensore” per avvertire l’inclinazione limite, aiutandolo a gestire meglio le perdite di aderenza e soprattutto a tirare su la moto in scivolata. E Spencer è stato uno dei primi a seguire l’esempio del King.
Ora invece tocca agli spagnoli. Ammette e aggiunge un sospiro che sa del tempo passato. “Si è esaurito un filone. Noi eravamo appassionati, vivevamo per quello. Avevamo miti come Roberts e Beker, volevamo diventare come loro. E noi siamo stati miti per le generazioni a seguire. Ora questi simboli non ci sono più e i nostri giovani non hanno modelli. Così le scuole di dirt-track hanno chiuso. In Spagna succede il contrario e questo cambia i valori e vediamo tanti dei loro piloti dominare”. Se deve indicare un erede questo è Marc Marquez. “Agli inizi della carriera era più aggressivo di come ero io. Poi con gli anni ha imparato a gestire e adesso è in assoluto il pilota più completo. È tecnico, ha una grande forza mentale, rispetta gli avversari, non fa polemiche: proprio come ero io”.
Ancora un sospiro nel ricordo di Jarama ‘86. Dopo la leggendaria doppietta iridata del 1985, all’inizio della stagione 1986 fu costretto al ritiro mentre era in testa al GP di Spagna: “Il giorno più brutto della mia carriera. Una violentissima tendinite, un dolore fortissimo che mi bloccò le dita impedendomi di frenare. Era il segno che non sarei stato più lo stesso e infatti iniziò il mio declino da cui non riuscì più a riprendermi pienamente. Allora le cure non erano al livello di oggi. Non so se avrei vinto altri titoli, ma credo di sì. Senza rimpianti però, mi tengo stretta la mia vita e sono felice così”.
L’altro Spencer viene fuori quando l’atmosfera si scalda e alla Honda ci si sente a casa. Per esempio non ti aspetti che sappia a memoria la prima pagina de “Il vecchio e il mare”. Come non diresti che abbia letto tutto di James Patterson: “Per la semplicità della sua scrittura, per l’atmosfera che crea come autore in Alex Cross, e per il risvolto psicologico”. Risvolto che lui chiama “clic mentale” e si riferisce a un momento di improvvisa rivelazione, consapevolezza o sblocco cognitivo. Indica quando si comprende come cambiare prospettiva, superando un ostacolo o rompendo un blocco emotivo. “Nella mente abita la nostra vera forza. Da lì nasce la capacità di gestire le emozioni, di superare i problemi e rimanere concentrati sugli obiettivi nonostante gli ostacoli e gli imprevisti. È la scuola del dirt-track: va accettato che la moto prenda traiettorie sue e tu puoi solo provare a gestirle, a reagire, e la stessa cosa vale per la vita. Bisogna prima immaginare qualcosa, poi credere che sia possibile e infine trovare il modo di realizzarla”.