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 2026  luglio 17 Venerdì calendario

Lotta al caporalato, Chanel e altre griffe sotto la lente dei pm di Milano

Due mesi fa i carabinieri del lavoro sono entrati in un capannone di Pero, hinterland di Milano, che ospita la ditta Moda Fashion Style. Hanno scoperto operai cinesi in nero e senza permesso di soggiorno, ospitati in condizioni «degradanti», chini da mattina a sera su macchinari «senza sistemi di sicurezza». Inoltre, nell’opificio, sono stati trovati «in lavorazione» i prodotti di grandi griffe, soprattutto copriabiti, shopper e pochette.
Per questo motivo il pm milanese Paolo Storari ha firmato un ordine di esibizione nei confronti di numerose società e in particolare di alcuni blasonati marchi della moda, tutti non indagati: da Chanel a Cucinelli, da Moncler a Stefano Ricci e Bulgari. Il motivo: «È necessario appurare il grado di coinvolgimento delle imprese nell’utilizzo della manodopera sfruttata», e «l’idoneità dei modelli organizzativi» affinché i colossi, nella loro catena produttiva fatta legittimamente anche di subappalti, non si affidino a chi i lavoratori li sfrutta.
È un nuovo capitolo delle inchieste della procura di Milano sul mondo della moda, che in passato ha portato al commissariamento di marchi importantissimi per via di uno schema tristemente consolidato negli anni: la maison delega la produzione a una ditta, che a sua volta cede i lavori agli opifici gestiti da cinesi, dove eserciti di invisibili lavorano in condizioni da fame, senza diritti e formazione, dormendo negli stessi capannoni dove ogni giorno, anche nei festivi, creano vestiti e accessori che poi finiscono nelle vetrine più lussuose.
Oltre all’ispezione dello scorso maggio a Pero ce n’è stata un’altra, ancora più recente, del 25 giugno a Marnate, nel Varesotto, nella sede operativa dell’opificio Isacco, anch’essa specializzata nel «confezionamento di sacchetti, copri abiti, shopper e pochette». Anche qui sono stati trovati «in lavorazione» prodotti griffati. E anche questo capannone è popolato da operai in nero e irregolari, di lavoratori addirittura «pagati a cottimo» e «in palese difformità dalla contrattazione collettiva», con i macchinari privi dei sistemi di protezione per accelerare la produzione.
Ecco, sia Moda Fashion Style sia Isacco emettono fatture verso altre due società intermediarie. Le quali, a loro volta, sono «fornitori» dei famosi marchi dove ieri si sono presentati i carabinieri del lavoro. I militari sono andati a prendere dei documenti per verificare da un lato i controlli interni che sono stati fatti dai colossi nella scelta dei fornitori; dall’altro i loro modelli organizzativi.
Non solo moda: lo scorso febbraio il pm Storari ha fatto una mossa simile con sette grandi gruppi del food, tra cui McDonald’s, Burger King, Carrefour, Esselunga. Anche in quel caso c’è stata una «richiesta di consegna» di documenti nell’ambito di un altro filone d’inchiesta sui rider sfruttati dalle società del cibo a domicilio.
Ieri, come oggi, la domanda è: voi multinazionali cosa fate per evitare lo sfruttamento di chi cuce una borsa o porta una pizza a casa?