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 2026  luglio 17 Venerdì calendario

Israele, vola il partito di Eisenkot

L’ultima spiaggia potrebbero essere gli aerei: secondo un articolo pubblicato ieri da Haaretz, la ministra dei Trasporti Miri Regev starebbe preparando un piano per limitare l’afflusso di voli extra in coincidenza con le elezioni, citando la mancanza di spazio a Ben Gurion a causa della presenza di velivoli da rifornimento Usa impegnati nella guerra contro l’Iran. Dietro al divieto, spiega ancora Haaretz, ci sarebbe la consapevolezza che la maggior parte delle decine di migliaia di residenti all’estero tornerebbe in patria per votare contro Benjamin Netanyahu, complicando una situazione già non facile il primo ministro.
È cambiato il vento, in Israele: e all’orizzonte di Netanyahu si addensano nubi che qualche mese fa nessuno aveva previsto. Tante nubi, ed è questo il problema. Ciò non significa che la carriera del primo ministro più longevo della storia del Paese – è al potere con brevi interruzioni dal 1996 – si avvii necessariamente alla conclusione. Ma che quella che si combatterà alle urne il 27 ottobre 2026 sarà una delle battaglie più dure della sua carriera politica. E che “Bibi il mago” – come gli analisti lo chiamano per la capacità di risorgere sempre – non è affatto certo di vincerla.
I sondaggi
In cima stabilmente da settimane – prima testa a testa, ora avanti – c’è lui: Gadi Eisenkot, 66 anni, ex capo di Stato maggiore dell’Idf, fondatore di Yashar, partito centrista che ha rifiutato nei mesi scorsi di unirsi all’alleanza “tutti contro Bibi” di Yair Lapid e Naftali Bennett e con questa scelta è diventato l’uomo da inseguire: secondo gli ultimi sondaggi il suo movimento avrebbe 21 seggi contro i 22 del Likud di Netanyahu. Ma – ben più importante – con lui alla testa l’insieme dei partiti sionisti di opposizione raggiungerebbe la maggioranza: 61 seggi, a cui andrebbero eventualmente aggiunti (il loro appoggio a un governo è un tema molto controverso) una decina di deputati che verrebbero eletti nelle liste dei partiti arabi. La coalizione al potere resterebbe ferma a 50 seggi.
Il personaggio
Moderato in politica interna, falco sui temi della sicurezza, una reputazione impeccabile ulteriormente accresciuta dal fatto di aver lasciato il governo in polemica con Netanyahu quando ha ritenuto che la guerra a Gaza andasse conclusa, Eisenkot ha dalla sua anche una questione che in Israele pesa moltissimo: il figlio è morto combattendo nella Striscia a fine 2023. Due nipoti hanno subito la stessa sorte nei mesi successivi. È un leader che ha combattuto in prima persona e – a differenza di Netanyahu e famiglia – per il suo Paese ha pagato un prezzo altissimo: dietro a lui sono pronte ad allinearsi la sinistra di Yair Golan e la destra di Avigdor Lieberman. Le migliaia di persone che aspettano ancora un’inchiesta sui fatti del 7 ottobre 2023. Quelle che delle accuse di corruzione che da anni circondano il primo ministro non ne possono più. E coloro che, pur essendo disinteressati alla politica, non tollerano lo strapotere dei coloni e degli ultrareligiosi su ogni aspetto della vita del Paese.
Gli alleati
Su una cosa Netanyahu ha pensato di poter sempre contare: il sostegno incondizionato degli Stati Uniti di Donald Trump. Da qualche settimana però, non ne è più certo: «Nel governo israeliano ci sono persone che cercano di allontanarci dalla trattativa con l’Iran perché vogliono proseguire la campagna militare», ha denunciato due giorni fa il vicepresidente Usa JD Vance. «Sei un pazzo e sei un ingrato», ha gridato Trump al telefono con premier israeliano a inizio luglio per poi annunciare alla stampa che «Bibi ha capito chi comanda qui»: non proprio parole da riservare ad un best friend forever.
La reazione
Se davvero cadrà, sarà solo dopo aver usato ogni cartuccia: lecita o meno lecita, sottolineano gli analisti israeliani, compresi quelli un tempo a lui vicini.
E allora – aerei a parte – cosa potrebbe fare Netanyahu per invertire il trend? Molto sta già facendo: oggi è l’ultimo giorno di seduta della Knesset, il Parlamento, prima della pausa estiva. In agenda in queste ore ci sono norme molto controverse: la limitazione dei poteri della Procura generale, che oggi può congelare le leggi. L’aumento del controllo dell’esecutivo sulle televisioni (passato oggi). La revoca degli arresti per gli ultraortodossi che rifiutano la chiamata alle armi (norma bocciata due giorni fa dalla Procura generale). Lo stanziamento di un miliardo di shekel (290 milioni di euro) per la costruzione di nuove strade nei Territori occupati della Cisgiordania. Tutte norme che puntano a compiacere la base elettorale dei coloni e degli ultra-religiosi, che solo sull’alleanza con Netanyahu possono contare per restare al potere. Poi c’è il resto: con la scusa della sicurezza il governo può schierare la polizia – che risponde al falco di ultradestra Itamar Ben Gvir – nelle città miste e nelle zone beduine per intimidire gli elettori, come temono le ong di sinistra. O può riaccendere la miccia del conflitto: a Gaza o in Libano, come mettono in guardia ex generali ed ex capi del Mossad.
Due cose sole sono certe in queste ore: la prima è che l’estate in Israele sarà caldissima. La seconda è che il prossimo governo – se sarà diverso dall’attuale – sarà chiamato a ricostruire un Paese devastato da quattro anni di lotte interne prima e di guerre poi: non a far la pace con i palestinesi. Per quella, l’orizzonte resta lontanissimo.