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 2026  luglio 14 Martedì calendario

500 misurazioni al secondo ma 0 certezze: come funziona il pallone «hi-tech» dei Mondiali

Ci sono episodi che restano nella memoria di un Mondiale più del risultato finale, e quello capitato al 45’+2 del primo tempo di Inghilterra-Norvegia rischia di essere uno di questi. Il portiere norvegese Nyland rinvia lungo, il pallone sfiora (forse) uno dei cavi della spider cam sospesa sopra il terreno di gioco, ricade in modo che a molti è apparso innaturale, e otto secondi dopo l’Inghilterra pareggia con Bellingham. Da lì in poi la partita, vinta 2-1 dagli inglesi ai supplementari, passa in secondo piano. Quello che resta è una domanda tecnica precisa e la scoperta che avere un pallone «intelligente» non significa affatto avere sempre una risposta. Vale la pena raccontare questa storia non per il gol o per la protesta del ct Ståle Solbakken, ma perché mette a nudo un equivoco diffuso: pensiamo che più sensori, più dati e più intelligenza artificiale equivalgano automaticamente alla certezza assoluta. Il caso di Miami dimostra che non è così semplice, e che la tecnologia, in certi casi, può addirittura moltiplicare i dubbi invece di azzerarli.
Da Jabulani a Trionda: una storia di correzioni
Per capire perché la posizione di un chip dentro una sfera possa diventare materia di cronaca mondiale, bisogna guardare indietro di qualche edizione. Il Jabulani di Sudafrica 2010 era stato criticato dai portieri per una traiettoria giudicata troppo imprevedibile in area; il Brazuca del 2014 aveva corretto il tiro puntando su una superficie con meno pannelli e cuciture più profonde, per stabilizzare il volo. Con il Qatar 2022 è arrivata la vera svolta digitale, l’Al Rihla e il suo sensore centrale, pensato più per misurare la velocità di battuta di un rigore o la potenza di un tiro che per arbitrare episodi di contatto. Il Trionda porta questa linea di sviluppo un passo più in là (così come ci aveva raccontato Pierluigi Collina), ma lo fa ottimizzando il pallone per il gioco puro, non per diventare un testimone giudiziario di ciò che gli accade intorno. Vale la pena ricordarlo, perché aiuta a inquadrare correttamente le aspettative: la Connected Ball Technology nasce per misurare tocchi di mano, fuorigioco, potenza dei tiri, non per registrare urti contro cavi sospesi a diversi metri d’altezza, un caso d’uso che probabilmente nessuno aveva messo in conto in fase di progettazione.
Un pallone con un accelerometro dentro
Il Trionda, il pallone ufficiale prodotto da Adidas per questa edizione della Coppa del Mondo, non è un oggetto qualunque. Al suo interno ospita la Connected Ball Technology, sviluppata insieme all’azienda tedesca Kinexon: un sensore inerziale (IMU, Inertial Measurement Unit) capace di campionare a 500 Hertz, cioè di registrare una misurazione ogni due millisecondi, tracciando accelerazione, orientamento e rotazione della sfera in ogni istante del suo volo. Il dettaglio che pochi conoscono, e che in questa vicenda si è rivelato decisivo, riguarda la posizione fisica di quel sensore. Nell’Al Rihla utilizzato in Qatar nel 2022 il chip era sospeso al centro geometrico del pallone da un sistema di tiranti, in una posizione equidistante da qualsiasi punto della superficie. Nel Trionda il sensore è invece alloggiato lateralmente, dentro uno dei quattro pannelli in poliuretano termosaldati che compongono la sfera, mentre gli altri tre ospitano dei contrappesi pensati per non alterarne l’aerodinamica.
La Fifa pubblica il grafico, la Norvegia non si convince
Pochi minuti dopo il triplice fischio, la Fifa ha diffuso sui propri canali una nota corredata da un grafico dei dati raccolti dal sensore: nel momento in cui il pallone era in volo, si legge nel comunicato, il sistema non ha registrato alcun picco nel proprio segnale, e questo escluderebbe qualsiasi prova di un contatto con il cavo sospeso. È lo stesso genere di lettura, quella dell’accelerometro interno, che pochi giorni prima aveva invece rilevato un tocco impercettibile a occhio nudo nell’ottavo di finale tra Portogallo e Croazia, portando all’annullamento di una rete: un precedente che la Federazione ha usato implicitamente come garanzia dell’affidabilità generale del sistema. Solbakken, dal canto suo, non si è detto convinto. In conferenza stampa ha raccontato che l’arbitro francese Turpin gli aveva riferito di non aver notato nulla e di non aver ricevuto segnalazioni dal VAR, ma ha insistito sul fatto che la parabola di caduta del pallone, troppo verticale per un rinvio normale, fosse per lui la prova più convincente di un contatto avvenuto realmente. A complicare ulteriormente il quadro è arrivata la ricostruzione tridimensionale pubblicata dalla BBC, costruita a partire da angolazioni diverse rispetto a quelle andate in onda durante la diretta: secondo l’emittente britannica, il modello mostrerebbe una deviazione lieve ma percepibile proprio nel punto in cui la traiettoria del pallone incrocia il cavo. Una lettura che ha rimesso in discussione la versione ufficiale, ripresa da diverse testate internazionali come argomento a favore della tesi norvegese, pur non essendo (va detto con altrettanta chiarezza) una prova definitiva. Del resto anche una ricostruzione 3D basata su riprese televisive bidimensionali comporta margini di errore e di interpolazione.
Parla l’esperto: «Un IMU misura nove parametri, ma non è un sensore di forza»
Per capire meglio i limiti fisici di questa tecnologia abbiamo interpellato Aurelio Somà, Ordinario di Progettazione e Costruzione di Macchine presso il Politecnico di Torino, dove segue da anni progetti di sensoristica applicata allo sport nel Dipartimento di Ingegneria Meccanica e Aerospaziale. Con i sensori MEMS Somà lavora da un quarto di secolo: «Ho partecipato alla prima conferenza internazionale sui sensori MEMS, a Parigi, nel 2000. Ero seduto accanto a Benedetto Vigna, che oggi guida Ferrari, e si parlava già allora del futuro di questi chip, ma nessuno immaginava che un giorno sarebbero finiti dentro un pallone da calcio a decidere una partita di Coppa del Mondo».
Il punto di partenza, spiega il professore, riguarda la natura stessa del dato che un IMU può fornire. «I dati che memorizziamo sono digitali: più campioni raccogliamo con una frequenza elevata, più siamo in grado di ricostruire fedelmente il fenomeno fisico che vogliamo osservare. Un MEMS IMU come quello del Trionda misura contemporaneamente tre accelerazioni lineari, tre velocità angolari e i tre assi del campo magnetico: nove parametri, aggiornati istante per istante. È una quantità di informazione enorme». Il problema, aggiunge, non è tanto la misura in sé quanto la sua trasmissione: «Un sensore MEMS, da solo, è un oggetto che può misurare, ma non è sufficiente per comunicare. Il Trionda risolve il problema abbinando al MEMS un modulo Ultra Wide Band per la localizzazione. È un dato di posizione che si somma a quello inerziale, e la mole complessiva che ne risulta va poi interpretata da qualcuno che guarda un diagramma e deve decidere in pochi secondi. Ed è già una prima criticità, perché un diagramma sintetico non è l’insieme dei dati “grezzi"».
C’è poi una distinzione concettuale che, secondo Somà, è la chiave per leggere correttamente il comunicato della FIFA: «Un IMU non è un sensore di forza, è un sensore di accelerazione e di velocità. Registra come cambia il moto del pallone, non l’energia meccanica di un contatto. Per questo la sola traccia diffusa dalla federazione, relativa a una variazione di tipo accelerometrico, non è di per sé sufficiente a stabilire se ci sia stato un urto lieve oppure no: bisognerebbe vedere l’intero set di dati, posizioni UWB comprese, e verificare se sono stati raccolti in modo continuo per l’intera durata dell’azione».
Somà ha poi fugato il dubbio rispetto al posizionamento del sensore nel pallone: «Un eventuale urto in una zona del pallone non prossima al sensore potrebbe attenuare il segnale accelerometrico in quel singolo istante, ma i dati complessivi dell’IMU, raccolti in modo continuo lungo tutta la traiettoria, permetterebbero comunque di ricostruire a posteriori un’eventuale deviazione. In altre parole: un urto lontano dal chip non sarebbe irrilevante per la ricostruzione della traiettoria, se si avesse accesso a tutti i dati e non solo a un singolo grafico». Il vero nodo è altrove: «Per ricostruire davvero la traiettoria servirebbero i dati “grezzi” della FIFA, cioè sia le posizioni ottenute con i sensori UWB sia le accelerazioni e le velocità campionate a 500 Hz. Una ricostruzione tridimensionale rispetto a un sistema di riferimento fisso permetterebbe di distinguere in modo netto la traiettoria naturale da quella eventualmente deviata. Se questi dati fossero disponibili e completi, sarebbero sufficienti a chiudere la questione». Il professore solleva inoltre un dubbio sulla copertura del sistema di localizzazione: «Non sono note le posizioni delle antenne di rilevamento UWB. Se fossero installate solo a livello del terreno di gioco, potrebbero esserci limitazioni nella trasmissione continua del segnale alle quote più alte, quelle a cui si trova un cavo come quello della spider cam. In linea di principio, se il campo è stato mappato correttamente, il segnale dovrebbe arrivare alle stazioni riceventi in ogni condizione di gioco, ma è un’ipotesi da verificare, non un dato acquisito». La domanda che il professore lascia aperta è quella che, in fondo, riassume l’intera vicenda: «Se il pallone avesse davvero subito un rimbalzo di quel tipo contro il cavo, il sensore avrebbe dovuto rilevarlo. Perché non lo ha fatto? I dati completi darebbero la possibilità di ricostruire la traiettoria e quindi solo a posteriori di fugare ogni dubbio».
L’arbitro, solo davanti al dubbio
C’è un aspetto di questa vicenda che riguarda meno l’ingegneria e più il ruolo umano che la tecnologia dovrebbe supportare, non sostituire. Turpin, l’arbitro della partita, si è trovato a dover decidere in tempo reale con strumenti che, in quel momento specifico, non gli davano alcuna certezza operativa: nessun avviso dal VAR, nessuna segnalazione dal sistema di monitoraggio del pallone, nessun elemento oggettivo che lo obbligasse a fermare il gioco. Ha lasciato correre, e sul momento non poteva fare altrimenti. È lo stesso tema al centro dell’intervista che Pierluigi Collina, responsabile degli arbitri FIFA, ha rilasciato a Corriere Login in vista di questo Mondiale, raccontando come l’intelligenza artificiale sia stata integrata per la prima volta in modo sistematico nei processi arbitrali, dagli avatar tridimensionali dei giocatori (sviluppati con Lenovo per il fuorigioco semi-automatico) fino alla revisione degli episodi più complessi. Collina insisteva su un punto che il caso di Miami conferma in pieno, ovvero che la tecnologia rende le decisioni più precise e più trasparenti, ma non elimina la componente di giudizio umano, semmai la sposta più a monte, nella scelta di quali strumenti costruire e di come interpretarne i limiti. L’arbitro, diceva l’ex fischietto di Viareggio, resta al centro del sistema anche quando è circondato di sensori e telecamere.
Collina:
Collina ci ha raccontato inoltre anche un altro aspetto che torna utile per leggere questa vicenda: quello della formazione mentale degli arbitri di fronte agli strumenti tecnologici. Il rischio, spiegava, è che un direttore di gara cerchi nelle immagini la conferma della propria decisione iniziale, invece di usarle per rivalutare davvero l’episodio con mente aperta. Nel caso di Norvegia-Inghilterra il problema si è posto in una forma leggermente diversa, perché gli strumenti disponibili in tempo reale (il VAR, il sensore del pallone) non hanno segnalato nulla di anomalo, lasciando a Turpin ben poco su cui basare un’eventuale revisione. È la faccia meno raccontata della rivoluzione tecnologica nel calcio, ovvero che quando il sistema tace, l’arbitro non ha semplicemente più strumenti a disposizione degli spettatori davanti alla televisione, ne ha addirittura meno, perché non può permettersi di fermare il gioco sulla base di un’impressione soggettiva se nessun dato la conferma.