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 2026  luglio 17 Venerdì calendario

Paolo Rossi parla di teatro, di sé stesso, e di politica

Un comico in seduta con la sua psicologa e affiancato dai suoi inseparabili musicanti intreccia confessioni, deliri, memorie e poesia comica. È Operaccia satirica – Onora i padri e paga la psicologa, che Paolo Rossi porta in scena questa sera a Bormio, in occasione della Milanesiana, ideata e diretta da Elisabetta Sgarbi. «Sono l’ultimo dei Mohicani, l’ultimo analogico – sorride Paolo Rossi —. E credo che nella società in cui viviamo l’ultima spiaggia analogica sia rimasta il teatro. Amo confondere la finzione con la realtà e questo coglie in pieno il mio stile».
Lo insegna Pirandello: tutti abbiamo una maschera.
«Oggi viviamo nella società del palcoscenico: tutti recitano, a volte, anche meglio degli attori professionisti».
Un tempo però si viveva una dimensione più collettiva, oggi siamo molto più narcisisti.
«È così. La solitudine è un business. Pare che si voglia costringere la gente a uscire di casa il meno possibile. E qui c’è la forza del teatro: il teatro è pericoloso. Non tanto per quello che dice, ma perché attira le persone a uscire dalle proprie solitudini e a condividere per un paio d’ore una sorta di rito laico, è una forma di resistenza».
Come si resiste a cancel culture e politicamente scorretto?
«Quando un attore si mette in gioco con la maschera del commediante, ha il pieno diritto di dire anche quello che non pensa. Io non faccio satira sul politicamente corretto, ma spavaldamente continuo in teatro a essere scorretto, aiutato in questo caso da una psicologa che mi spinge a prendere questa direzione, perché comunque non è facile essere fuori dal coro».
Qui ci va per teatro, ma nella vita è andato dallo psicologo?
«Sì, e lui ne ha tratto grandi spunti. Io invece ho lavorato molto, come facevano alcuni grandi, sui sogni. Lo stato in cui sono più creativo è il dormiveglia, dove si confonde la finzione con la realtà, l’allucinazione con lo sguardo vero».
Che periodo viviamo?
«Un medioevo culturale: c’è la cultura colta, una lobby, una tribù che se la canta, se la balla e si premia da sola; c’è la cultura popolare, che resta ambigua, non la riesci a inquadrare bene; e poi c’è la cultura orale, la mia, quella della strada. Seguo le regole di Augusto Boal: il teatro si può fare ovunque. A volte anche in teatro».
Fo, Jannacci, Gaber, Strehler: i suoi maestri.
«Non ho fatto l’Accademia, e me ne vanto, però sono partito subito imparando a bottega, anzi in trincea. Poi ho avuto dei compagni di viaggio che ultimamente mi hanno lasciato solo, parlo di Stefano Benni, di David Riondino».
Cosa le diceva Riondino?
«Ricordo una delle sue ultime frasi: “Noi abbiamo iniziato un lavoro, qualcuno adesso lo deve finire”. Mi sembra di essere in un film della guerra del ’15-’18, pare che io sia il sopravvissuto».
Si è mai preso sul serio?
«C’è stato un momento. Non che me la sia mai tirata eh. Un momento e niente di più. Me l’han fatto subito notare. E mi sono risvegliato. La prima regola è non prendersi sul serio perché, come mi ha insegnato Jannacci, meglio un fiasco trionfale che un successo sobrio».
Cosa le pare del Campo Largo?
«Cosa vuol dire? Che hanno allargato l’area di rigore e non è più quella di prima?... Quel tipo di politica la seguo sempre di meno. Oggi bisogna smuovere il pubblico. Trump ha fatto i suoi numeretti, ma è stato eletto democraticamente. Il problema è che l’America, a furia di esportare la democrazia nel mondo, è rimasta senza a casa sua».
Vannacci?
«Ho fatto il militare due anni e mi chiedevo: “Ma dove li trovano generali così grezzi e rozzi?”. Poi l’ho capito: li scelgono tra i colonnelli...».
Trump sembra il dittatore dello Stato libero di Bananas di Woody Allen.
«Oggi, se tu vuoi diventare uno statista, un presidente, più che studiare diritto internazionale, devi fare una scuola da comico o comunque da intrattenitore. Io ho fatto un percorso inverso, perché ho iniziato a far politica da ragazzo, nelle scuole occupate. Ricordo quando ho preso la parola alla prima assemblea. A metà del mio discorso non ero più d’accordo con me stesso, ho proposto una mozione e mi sono votato contro. Lì ho capito che il mio karma, il mio destino, era andare in direzione ostinata e contraria, come diceva De André».
Del resto lei una volta si è candidato per la Federazione della Sinistra e poi non si è votato.
«Perché votare uno di cui non mi fido?».