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 2026  luglio 17 Venerdì calendario

Ministro silurato, caos popolare su Zelensky

Riceve Keith Starmer, ultima visita da premier inglese, e lo ringrazia: quanto sono serviti, i 15 miliardi in armi ricevuti da Londra. Nomina Serhii Koretskyi, primo giorno da premier ucraino, e lo esorta: quanto servirà, l’uomo di Naftogaz, per gestire i blackout del prossimo inverno. Silura Mykhailo Fedorov, ultimo giorno da ministro della Difesa, e lo congeda: l’ho cacciato io, ammette, perché non andava d’accordo col comandante in capo Oleksandr Syrsky e «un presidente in guerra non dovrebbe essere costretto a prendere queste decisioni: io voglio l’unità, ma loro non sono riusciti a raggiungerla. Non s’incontravano mai senza di me...». Al suo posto, ad interim, il comandante del servizio segreto militare (Sbu) Evhenii Khmara.
Giornata d’addii e di veleni, per Volodymyr Zelensky. Spinto al terzo rimpasto in 53 mesi di guerra. L’ennesimo terremoto: anche i due predecessori alla Difesa erano durati solo 180 giorni, come Fedorov. E s’erano schiantati pure loro contro il generale Syrsky (che è sempre rimasto dov’è) e una certa invidia, che non manca nemmeno sotto le bombe. La caduta di Fedorov fa fragore: se l’offensiva ucraina va meglio, è perché lui ne ha rivoluzionato la strategia, puntando più sui droni e meno sulla carne da cannone, alzando la paga dei soldati, alleggerendo le pene per gl’imboscati, aprendo ai mercenari stranieri e ai reclutatori privati, offrendo ai veterani maggiori opportunità di congedo. L’hanno lasciato fare, per un po’. Finché, a creargli nemici politici, non sono stati i suoi rapporti stretti coi signori della Silicon Valley, da Elon Musk ad Alex Karp, fino all’ex boss di Google, Eric Schmidt. Amici troppo potenti, per un ambizioso ministro sospettato di volere scalare anche la poltrona di Zelensky. Riforme troppo profonde, per non irritare la corrotta casta militare. «Dopo un mese di lavoro», s’è sfogato ieri Fedorov in una conferenza stampa, «era già chiaro che cosa riformare» e per questo lui stesso aveva chiesto le dimissioni di Syrsky – «che invece di pensare a come vincere la guerra, escogitava solo metodi per dividere il Paese» – e del capo di stato maggiore, Andrii Hnatov, venendo però rimbalzato da Zelensky. «Tutte le iniziative che proponevo, erano regolarmente bloccate. E Syrsky, nonostante tutti i problemi, non era mai disposto a discuterne faccia a faccia».
Bisogna invece affrontare «questioni enormi», dice l’ex ministro, «non abbiamo altra scelta se vogliamo sconfiggere il nemico con perdite minime». E dunque: il caos organizzativo («ci sono corpi militari che non sappiamo nemmeno quante brigate abbiano e che cosa facciano, altri dove un battaglione viene mandato altrove senza preavviso»), la catena di comando dei vertici militari («la responsabilità viene sempre scaricata su qualcun altro, c’è sempre un altro colpevole…»), gli approvvigionamenti («in 5 mesi abbiamo acquistato più droni che nell’intero 2025, ma molti reparti non li hanno mai ricevuti»), il continuo cambio di comandanti, le faide interne, la burocrazia: «Una nomina è stata bloccata sei mesi perché il nome non era scritto in modo corretto…».
L’ultimo siluro è un problema politico. Zelensky finge d’elogiare le piazze ucraine che lo contestano al grido di «Fe-do-rov!», «non siamo degli ingenui!», «vergogna!». Ma la protesta non cala. «Ci han tolto il miglior ministro di tutta la guerra», riassume Vyacheslav Bilkovsky, un ex ufficiale che ha combattuto a Kherson: «Un giorno, si voterà anche in Ucraina...». E allora segnatevi il nome: s’è spenta una stelletta dei militari, forse è nata una stella della politica.