Corriere della Sera, 17 luglio 2026
32 condanne per i morti del Morandi. 12 anni a Castellucci
Il colpo di cannone è arrivato alla lettura delle condanne: dodici anni a Giovanni Castellucci, allora amministratore delegato di Autostrade per l’Italia (Aspi), undici a Michele Donferri Mitelli, responsabile delle manutenzioni, cinque e sei mesi a Paolo Berti, numero due di Aspi, e Antonino Galatà, ex ad della controllata Spea, cinque a Mauro Coletta, ex direttore della vigilanza sulle concessioni autostradali del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (Mit)… E avanti così per 32 condanne. Ci sono dentro i vertici della due società coinvolte, Aspi e Spea, e i dirigenti del Mit.
Le motivazioni della sentenza, che arriveranno tra 90 giorni, chiariranno con esattezza cosa abbia spinto il Tribunale di Genova, presieduto da Paolo Lepri, a infliggere 177 anni di carcere (ne erano stati chiesti 400) per il crollo del ponte Morandi del 14 agosto del 2018 che causò la morte di 43 persone. Ma fin da ora si può concludere che l’accusa ha retto, nonostante la riduzione delle pene rispetto alle richieste dei pm e nonostante le 25 assoluzioni e proscioglimenti per prescrizione. E l’accusa aveva sostenuto con forza che il ponte crollò perché era malato ed era malato perché non erano state fatte le necessarie manutenzioni e i dovuti controlli. Obiettivo: massimizzare i profitti e quindi i dividendi degli azionisti. I giudici hanno comunque ridimensionato le pene. Per Castellucci, il principale imputato, erano stati chiesti 18 anni e sei mesi, per Donferri Mitelli 15 e sei mesi, per Berti 12 e sei mesi. Sono state riconosciute le accuse di omicidio stradale plurimo, crollo colposo e omicidio colposo. Sono saltati invece l’aggravante della violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro e i falsi che riguardavano report e ispezioni. «Possiamo dire che la tesi accusatoria è stata in buona parte confermata, soprattutto per le posizioni principali – ha concluso il procuratore di Genova Nicola Piacente, ricordando che siamo comunque al primo grado —. Rispetto all’aggravante lavoristica che non è stata confermata valuteremo se fare appello, naturalmente dopo aver letto le motivazioni».
Chi invece farà senz’altro appello è Castellucci che ha sempre sostenuto il difetto costruttivo del ponte. Un vizio occulto che avrebbe favorito la corrosione degli stralli, quei giganteschi tiranti che sostenevano la struttura. Nessuno se ne sarebbe mai accorto per il semplice fatto che era impossibile vederlo. «Tumore senza sintomi», l’ha definito l’ex supermanager che si trova in carcere dall’aprile dell’anno scorso, quando è diventata definitiva la condanna a sei anni per la strage di Acqualonga (Avellino), dove un autobus volò giù da un viadotto autostradale causando 40 morti. Nelle ultime dichiarazioni l’ex ad di Aspi aveva inoltre affermato di non aver mai voluto attuare una politica di risparmi. Per i pm Walter Cotugno e Marco Airoldi, ieri sorridenti, la realtà è un’altra e la conferma è in quel progetto di retrofitting rimasto sulla carta. «Sentenza sbagliata – è insorto l’avvocato Giovanni Paolo Accini che difende Castellucci con il collega Guido Alleva —. Il nostro cliente è stato condannato senza colpe… la criminalizzazione dell’amministratore delegato di un struttura complessa, chiamato a rispondere indipendentemente dall’individuazione di una specifica azione, non può essere la soluzione, daremo battaglia». Ieri si è fatta sentire anche la famiglia Morandi: «La sentenza rende giustizia alle vittime, alle quali va il nostro commosso pensiero. E pone fine al vile tentativo di attribuire le responsabilità del disastro a chi aveva progettato il ponte, l’ingegner Riccardo Morandi».
Fra gli assolti l’ex provveditore alle opere pubbliche della Liguria, Piemonte e Valle d’Aosta, l’ingegnere Roberto Ferrazza. «Per me la sentenza è stata favorevole – ha commentato commosso Ferrazza —. Ringrazio l’avvocato Viglione che mi ha difeso in questo difficile processo».
Infine, il laconico commento del ministro dei Trasporti Matteo Salvini: «Se i giudici hanno ritenuto così, chi ha sbagliato deve giustamente pagare».