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 2026  luglio 16 Giovedì calendario

Caso Orlandi, si stringe il cerchio su Accetti: interrogato per 6 ore dai carabinieri

Caso Orlandi-Gregori, il cerchio torna a stringersi sul fotografo romano indagato per sequestro di persona a scopo di estorsione. Tredici anni dopo la prima autodenuncia in Procura (2013), Marco Accetti, 70 anni, riconosciuto da tre perizie foniche come il principale telefonista del duplice giallo, mercoledì 15 luglio è stato convocato dai carabinieri del Reparto operativo di Roma, che lo hanno interrogato per oltre sei ore, alla presenza del pm Stefano D’Arma. Un cambio di passo senza precedenti nell’inchiesta sulla scomparsa di Emanuela Orlandi, la figlia quindicenne del messo pontificio di papa Wojtyla, e della coetanea Mirella Gregori, svanita nel nulla anche lei nel lontano 1983. 
Siamo alla terza inchiesta, dopo quella iniziale (1983-1997) che si concluse con il proscioglimento di un gendarme vaticano e di un esponente del Sismi, e quella relativa al triplo filone Accetti-banda della Magliana-don Pietro Vergari (2008-2015), chiusa dall’archiviazione fortemente voluta dall’ex procuratore di Roma, Giuseppe Pignatone. Stavolta, da quel che filtra a Piazzale Clodio, la linea è cambiata: l’inquietante reo confesso, già condannato per l’omicidio stradale di un bambino nella pineta di Castel Fusano, non viene considerato più un «mitomane», e al contrario preso molto sul serio, sulla base dei non pochi riscontri che ha finora fornito, nella speranza di acciuffare altri fili che conducano alla verità. 
L’interrogatorio di Marco Accetti
Nel lungo interrogatorio alla presenza di uno dei suoi avvocati, Giancarlo Germani, «l’uomo del flauto» (Marco Accetti consegnò anche uno strumento musicale subito riconosciuto dai familiari come quello di Emanuela) è stato messo sotto torchio perché rivelasse più dettagli di quelli già posti a verbale, per arrivare all’identità dei presunti mandanti e dei sodali che lo affiancarono nell’operazione Orlandi. Stando alla confessione dell’indagato, condensata nel primo memoriale del 2013 e in un secondo, denominato «Corpus», presentato qualche mese fa, sia Emanuela sia Mirella sarebbero state prese nell’ambito di un piano di pressione e ricatti ai danni del pontefice polacco e delle tensioni della Guerra Fredda. 
Il depistaggio e i fatti inconfessabili
Successive evidenze, tuttavia, hanno mostrato che Accetti, quasi certamente, nel proporsi come il telefonista (il famigerato «Americano») che lanciò lo «scambio» tra Emanuela Orlandi e il terrorista turco Ali Agca, si mosse a fini di depistaggio. La trattativa per la scarcerazione dell’attentatore del papa (13 maggio 1981) altro non fu, sono orientati a ritenere gli inquirenti, che una gigantesca cortina fumogena alzata (con l’involontaria collaborazione dei mass media) per coprire fatti inconfessabili, in ambito ecclesiastico e non, relativi ad abusi sessuali su minori o riti sacrificali. In tale contesto, potrebbero essere nate richieste di danaro che giustificano la scelta del reato perseguito (sequestro a scopo di estorsione, ex articolo 630 del codice penale). Il che, aggiunge chi indaga, non toglie che il controverso soggetto abbia partecipato a entrambe le fasi: contatto e allontanamento da casa delle quindicenni, più manipolazioni comunicative seguenti. 
L’indagata Laura Casagrande
Un aspetto particolarmente approfondito nell’interrogatorio di Accetti tenuto nella caserma di via In Selci, inoltre, riguarda il suo «cerchio magico», vale a dire il giro di amiche dell’epoca che potrebbero averlo aiutato (seppure inconsapevolmente) nelle azioni di «aggancio» di Emanuela e di Mirella e nei depistaggi attuati con le telefonate dell’«Americano» (in Vaticano, alla famiglia Orlandi, all’avvocato Egidio, vicino ai servizi segreti, e al bar dei Gregori). Un profilo sotto esame è quello di Laura Casagrande, l’amica e compagna della scuola di musica di Emanuela, indagata nel dicembre 2025 per false informazioni al pm. Sarebbe stata lei la «ragazza mora» che il 22 giugno 1983  avrebbe parlato per ultima con la quindicenne scomparsa, alla fermata del bus in corso Rinascimento, tacendo elementi utili alle indagini. E ancora la Casagrande avrebbe conosciuto Antonella Fini, compagna della scuola media frequentata da Mirella Gregori, pure lei a suo tempo contattata da Marco Accetti, che abitava in via Goito, esattamente di fronte al portone dove abitava la testimone con il fratello Fausto, morto in circostanze tuttora non chiare. 
La confessione di Gabriella Boggiani
Inoltre, già acquisita agli atti dell’indagine parallela sul delitto collegato di Katy Skerl (gennaio 1984), c’è la confessione di Gabriella Boggiani, insegnante di pilates oggi sessantenne, sua cara amica dell’epoca: fu Gabriella («Pensavo fosse uno scherzo», si è difesa in lacrime davanti al magistrato) a registrare un messaggio vocale di rivendicazione del sequestro Orlandi inserito in un’audiocassetta che a fine 1983 venne spedita da Boston, città dove si trovava peraltro la giovanissima ex moglie di Accetti, Eleonora Cecconi. Come si vede, il giro di amiche che sarebbero state usate come «schermo» per irretire e far cadere in trappola Emanuela e Mirella è alquanto definito: l’impegno del pm D’Arma e degli investigatori è cercare i dovuti riscontri (e/o ottenere altre confessioni), al fine di collocare correttamente tutti i personaggi sulla scena della doppia scomparsa.
Gli accertamenti su Patrizia De Benedetti
Ma ancor più nel mirino, in queste ultime ore, sarebbe l’ex fidanzata dell’«uomo nero» del giallo Orlandi-Gregori, l’artista di teatro Patrizia De Benedetti, che fu presente la notte dell’investimento del piccolo Josè Garramon in pineta (21 dicembre 1983) ed è sospettata di aver collaborato al depistaggio ideato e condotto da Accetti. In che modo? Ad esempio vergando di suo pugno alcune delle lettere ritenute «autentiche» dagli investigatori, cioè scritte da persone che avevano la detenzione delle ragazze o perlomeno erano in contatto con i rapitori. Mercoledì pomeriggio è stata convocata anche lei, Patrizia De Benedetti, nella  caserma dei carabinieri, ma non si è saputo se per un interrogatorio o nell’ambito di una perizia affidata al Ris dei carabinieri.