corriere.it, 16 luglio 2026
Zelensky licenzia Fedorov, il geniale ministro della Difesa
«Ha commesso l’errore di diventare troppo popolare. Inoltre, sembra estremamente efficace. E, come se non bastasse, ha deciso di non tollerare la corruzione». È Serhiy Fursa – banchiere d’investimento ucraino, voce influente del dibattito economico di Kiev – a spiegarlo. Se Mykhailo Fedorov è saltato, il punto non è che abbia fallito. Il punto, semmai, è che ha funzionato troppo bene. Fedorov, 35 anni, è il volto più netto della modernizzazione ucraina: prima alla Trasformazione digitale, poi alla Difesa, uomo dei droni, della digitalizzazione, dei rapporti con la Silicon Valley, di un linguaggio da start-up infilato dentro uno Stato in guerra. In pochi mesi ha provato a mettere ordine in un ministero storicamente opaco, ha spinto sull’innovazione militare e ha toccato interessi pesanti. In un sondaggio dell’Istituto Internazionale di Sociologia di Kiev, Fedorov si è classificato al secondo posto per indice di fiducia netta tra le figure politiche.
Un’ascesa senza precedenti. Tanto che, dopo l’annuncio del nuovo rimpasto di governo ucraino, molti osservatori lo davano come favorito a diventare premier. Ma secondo fonti del Financial Times e del Kyiv Independent, Fedorov avrebbe bloccato più volte tentativi di indirizzare contratti redditizi verso società favorite. Tradotto: ha messo le mani dentro una delle zone più sensibili del potere ucraino, quella dove la guerra, gli appalti e le rendite si sfiorano continuamente. Se poi a questo si aggiungono popolarità, visibilità internazionale e immagine di efficienza, il fastidio attorno a lui smette di essere burocratico e diventa politico.
C’è poi il fronte con il comandante in capo Oleksandr Syrsky. Le fonti citate parlano di attriti su approvvigionamento e strategia militare. Non è un dettaglio: quando si rompe l’intesa tra chi gestisce la macchina della difesa e chi guida le forze armate, la frattura arriva dritta al vertice. E a quel punto Zelensky non sceglie per forza il migliore; sceglie l’equilibrio che gli consente di tenere insieme presidenza, esercito, governo e blocchi d’influenza. E ora che le sue «dimissioni» sono ufficiali, Fedorov rivela anche di aver rifiutato un ruolo da «consigliere» di Zelensky.
A rendere tutto più urgente c’è anche il dossier americano. Sullo sfondo del rimpasto pesa l’uscita dell’ambasciatrice negli Stati Uniti, Olha Stefanishyna, che deve rientrare a Kiev mentre su di lei gravano indagini anticorruzione e la prospettiva di possibili accuse formali, anche se finora non è stata incriminata.
Dentro questo incastro compare Yulia Svyrydenko, premier e figura chiave del governo. Per un momento è sembrato che Zelensky volesse spostarla a Washington, affidandole il rapporto con l’amministrazione americana. Ma quel passaggio, almeno per ora, non si è chiuso: Svyrydenko non ha ancora accettato il posto. Il che dice molto sul clima di queste ore: più che un disegno lineare, il rimpasto somiglia a una partita ancora in corso.
A lasciare per primo è stato David Arakhamia, capogruppo del partito presidenziale Servant of the People in parlamento e uomo chiave della maggioranza, quello che tiene insieme i voti e traduce le decisioni del presidente in numeri parlamentari. Poi, domenica, Zelensky ha convocato i nomi che stavano entrando nella partita del rimpasto: lo stesso Fedorov che però ha rifiutato la poltrona secondo quanto ricostruito da Ukrainska Pravda.
Ed è qui che entra anche Sergii Koretskyi, manager alla guida di Naftogaz, il gigante energetico statale. Non è un tribuno e non è un uomo destinato a fare ombra al presidente. È, al contrario, un tecnocrate solido, considerato capace di reggere dossier enormi – energia, inverno, tenuta del sistema – senza costruirsi un capitale politico autonomo. E forse proprio per questo è stato scelto come nuovo premier.