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 2026  luglio 16 Giovedì calendario

I salari italiani non crescono ed è così da 50 anni: cosa è cambiato nel 1979 (e peggiorato negli anni Novanta)

Il problema dei salari bassi in Italia viene da lontano. E dura da quasi mezzo secolo. Lo dimostra un focus contenuto nell’ultimo Rapporto annuale dell’Inps, dal titolo: «L’evoluzione dei salari nel settore privato negli ultimi 50 anni». Nell’approfondimento, due studiosi, Maria De Paola (Università della Calabria) e Fabiano Schiavardi (Luiss), prendono in esame i dati degli archivi dell’istituto di previdenza riguardanti i lavoratori dipendenti del settore privato (agricoltura esclusa) nel periodo 1975-2024 e analizzano l’andamento dei salari reali, al netto cioè dell’inflazione. 
«Il rallentamento della crescita salariale – concludono – prende avvio già nei primi anni Ottanta»: la crescita media dei salari reali «si riduce progressivamente, passando da circa il 3% nel periodo 1976-79 a valori prossimi allo zero tra il 1996 e il 2000». Negli anni successivi «la dinamica salariale continua a oscillare attorno allo zero». Poi «il punto minimo si registra nel quinquennio 2020-24, con una contrazione media di circa -0,6%, in larga misura riconducibile allo shock inflattivo del 2022-23. La stagnazione salariale italiana – concludono gli studiosi – non è dunque un fenomeno recente: è un processo di lungo periodo», dietro il quale si nascondono evidentemente fattori di debolezza strutturali.
Lavoratori poco mobili
Che vengono analizzati dal lato delle imprese e dei lavoratori. La fase iniziale del rallentamento salariale, grossomodo il decennio successivo al 1979, è «interamente spiegata – si legge – dalla riduzione della crescita dei salari all’interno delle imprese esistenti». Dagli anni Novanta, invece, giocano un ruolo negativo sia la componente imprese sia quella dei lavoratori mentre non arrivano contributi positivi da tre dinamiche che avrebbero potuto giocare un ruolo: non si osserva uno spostamento significativo dei lavoratori verso le aziende con salari più alti (barriere alla mobilità territoriale) né l’espansione delle imprese più produttive e con salari maggiori (il nanismo cronico della struttura produttiva) né l’uscita dal mercato delle aziende con le retribuzioni più basse sostituite da quelle con salari più alti.
Crescono i settori meno produttivi
Anzi, «le imprese che entrano nel mercato del lavoro tendono a offrire salari inferiori rispetto a quelli mediamente prevalenti», un fenomeno che «si è accentuato soprattutto a partire dal 2004», evidenziando un «problema di qualità del tessuto imprenditoriale entrante, con una maggiore incidenza di imprese operanti in settori a bassa produttività e a ridotto valore aggiunto, ad esempio nei servizi a basso contenuto tecnologico, che difficilmente possono sostenere dinamiche salariali elevate». Del resto, notano gli studiosi, «la crescita dei salari ha storicamente seguito quella della produttività» e quest’ultima «è rimasta sostanzialmente stagnante».
I danni della precarietà
Dal lato dei lavoratori, dietro la tendenza a contribuire progressivamente alla stagnazione dei salari, hanno giocato «due dinamiche di segno opposto»: l’ingresso nel mercato del lavoro di persone con salari «sistematicamente più bassi rispetto ai lavoratori già occupati», in particolare dai primi anni Novanta in poi, anche a causa della «diffusione di forme contrattuali atipiche» e della «crescente difficoltà dei giovani ad accedere a posizioni di qualità». E non perché essi non siano qualificati. Anzi, le nuove generazioni sono «più istruite» e quindi avrebbero dovuto essere pagate pagate meglio, sottolinea lo studio. Ma non è andata così. E, di nuovo, un ruolo «potrebbe essere stato svolto dalle riforme del mercato del lavoro che hanno concentrato la flessibilità soprattutto sui nuovi entranti, lasciando sostanzialmente invariate le tutele dei lavoratori già occupati» e generando, per i nuovi, «carriere più discontinue» e difficoltà nella «accumulazione progressiva di competenze ed esperienza, che normalmente sostiene la crescita salariale». Non solo: «La minore protezione contrattuale ha indebolito il potere negoziale dei nuovi entranti, riducendo la capacità di trasformare le competenze acquisite in una remunerazione più elevata». Di nuovo: l’Italia non è un Paese per giovani.