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 2026  luglio 16 Giovedì calendario

Sharon Stone parla della sua carriera

Per tre giorni, trenta premi Nobel, ex capi di Stato e di governo, leader religiosi, esperti di intelligenza artificiale e rappresentanti delle più importanti università e istituzioni di ricerca del mondo si sono riuniti in una sorta di Conclave – il Global Nobel Laureates Assembly on Artificial Intelligence and Nuclear War – che si concluderà oggi a Roma, in Campidoglio, con la firma della Dichiarazione di Roma per una Pace Disarmata e Disarmante. Tra loro, anche Sharon Stone, che oggi farà sentire la sua voce. La sua vita abbraccia il cinema, l’impegno umanitario e l’arte ma la diva forse più famosa in assoluto ha deciso di prendere parte a questo evento in quanto «cittadina del mondo e madre di tre giovani uomini intelligenti».
L’intelligenza artificiale è stata anche al centro dei recenti scioperi degli attori a Hollywood. Quale è il suo punto di vista e quali tutele ritiene indispensabili per proteggere il lavoro creativo?
«Siamo nelle fasi iniziali della nostra comprensione dell’intelligenza artificiale. Così come un tempo lo eravamo con i computer, i cellulari, le automobili e, ancora prima, i treni. Eravamo anche agli inizi quando sono comparsi le armi da fuoco e gli ordigni nucleari. Tutte queste cose hanno portato benefici e svantaggi, alcuni dei quali stiamo ancora cercando di comprendere. Come per tutte queste tecnologie, è importante ricordare che sono qui per servire l’umanità, non il contrario. Con questa consapevolezza e con la dovuta riflessione, possono essere utilizzate per il bene. O, al contrario, per il male. La scelta spetta a noi. Il nostro futuro dipende dalla qualità e dal valore delle nostre decisioni».
Si è reinventata più volte nel corso di una carriera lunga oltre quarant’anni. Cosa significa oggi essere un’attrice in un’industria in cui gli algoritmi sembrano influenzare ogni cosa?
«Non mi reinvento. Cresco e imparo. Per me significa restare autentica, perché questa è l’unica vera misura di tutto ciò che ha valore».
Guardando alla sua carriera, c’è un personaggio che oggi interpreterebbe in modo diverso rispetto ad allora?
«No. Non cammino all’indietro».
Il suo nome sarà sempre associato a «Basic Instinct». A più di trent’anni dall’uscita del film, pensa che abbia cambiato più la sua carriera o il modo in cui Hollywood rappresenta le donne?
«Questa è una domanda che spetta a voi affrontare, non qualcosa di cui io debba preoccuparmi».
Eppure negli ultimi anni ha parlato spesso dell’importanza, per le donne, di riprendere il controllo della propria immagine e della propria narrazione. Crede che il cinema stia davvero cambiando in questo senso?
«Per me il punto non è riconquistare qualcosa, ma restare fedeli a noi stesse. La questione è conoscere davvero noi stesse. Del resto il mondo, e non solo Hollywood, è un ambiente in continuo cambiamento. Pensare che questo luogo immaginario cambi con tempi diversi significa credere che esista separatamente dal resto del mondo. L’industria cinematografica è un riflesso costante della condizione umana».
Ha avuto un ictus del 2001. In che modo quell’esperienza ha cambiato la sua idea di successo e di ciò che conta davvero?
«Morire è un’esperienza che apre gli occhi. Non a tutti è data la possibilità di reincarnarsi nel proprio corpo e nella propria vita e continuare il cammino. A me è successo. Si impara a restare nel presente, cercando di fare in modo che non accada di nuovo».
Ha lavorato con alcuni dei più grandi registi della storia del cinema. C’è un insegnamento appreso sul set che la guida ancora oggi, anche al di fuori del cinema?
«Pensare all’inquadratura più grande possibile. Cercare di fare il massimo bene per il maggior numero possibile di persone».
Se dovesse scegliere un solo film della sua carriera che la rappresenta meglio oggi, quale sarebbe e perché?
«La dea del successo. Mi piace ispirare gli altri, farlo con umorismo e restare curiosa».

Guardando al futuro, c’è ancora un ruolo che vorrebbe interpretare?
«Sempre. Con il passare degli anni sono sempre più interessata a tornare alle mie radici nella commedia».
Cosa rappresenta per lei l’Italia?
«L’Italia sono le sue persone, la sua storia, il suo cibo, la sua agricoltura e la sua spiritualità. L’Italia possiede una grande tradizione nella moda e nel design che affonda le radici nei secoli. L’Italia non ha un senso del tempo, ma un senso del luogo e dell’esperienza condivisa. È un Paese che ha il senso della famiglia».
Hollywood viene spesso descritta come un ambiente molto competitivo. È riuscita a costruire amicizie durature?
«Sì. Sono grata alle persone straordinarie con cui ho lavorato e per cui ho lavorato. Per tutto ciò che mi hanno insegnato e mostrato attraverso il loro impegno, la loro disciplina e il loro duro lavoro. Quello che facciamo richiede interminabili ore di lavoro, spesso in condizioni piuttosto scomode. Eppure è soprattutto una fonte di gioia, perché sappiamo di essere una famiglia. Una famiglia fortunata e benedetta, che ha il privilegio di trasformare la propria immaginazione collettiva in qualcosa di magico»
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