Corriere della Sera, 16 luglio 2026
Enrica Fico, vedova di Antonioni, dice che il marito s’è reincarnato in un leone
«Ho ritrovato Michelangelo. L’ho ritrovato in un leone».
Come in un leone?
«Sì, stesso sguardo magnetico, molto intelligente e di una bellezza insolita. In più, questo leone ha il carattere che avrei voluto in Michelangelo».
Enrica Fico, vedova di Michelangelo Antonioni, la donna con cui il grande regista ha vissuto una storia d’amore durata quasi 36 anni e che dal 2007 tiene viva la memoria artistica del marito, racconta l’incontro con il re dei felini. E mostra l’incanto tipico di un colpo di fulmine.
Scenario? Qualche viaggio in Africa?
«No, l’Animanatura Wild Sanctuary di Semproniano, in Maremma. Un’area vastissima, 80 ettari con 450 animali di oltre 50 specie diverse, frutto di 30 anni di lavoro di un veterinario straordinario, Marco Aloisi, che ospita animali maltrattati, confiscati o in difficoltà. Un uomo a disposizione a ogni ora del giorno e della notte. Una volta investii un capriolo, chiamai Marco, andò a recuperarlo alle 3 del mattino. In due giorni il capriolo fu curato e liberato».
E com’è finito un leone in questo posto?
«Da cucciolo era il regalo che un politico albanese aveva fatto a sua figlia, dormivano insieme. Una volta cresciuto, da Tirana sono state contattate diverse organizzazioni internazionali. Poi è stata scelta Semproniano. Un viaggio di 3mila chilometri durato due giorni».
E come si chiama il leone?
«Mihal, il nome gliel’ho dato io. In albanese, è quello più vicino a Michelangelo. Ha quattro anni».
In che modo comunicate?
«Mi basta stargli vicino il più possibile per guardarlo negli occhi, in silenzio. Per 22 anni, da quando Michelangelo ebbe l’ictus, ho colloquiato con un uomo senza parole. Sto per lasciare la casa in Umbria dove con lui abbiamo vissuto le estati più felici e fruttuose. Da sempre ho un piccolo rifugio in Maremma, il luogo in cui mi rinfrancavo qualche giorno dalle fatiche di stare accanto a un uomo come Antonioni. E poi vicino ci sono le terme di Saturnia; lui, che detestava i luoghi di quel tipo, le chiamava Paturnia. Insomma, andrò spesso a Semproniano, mi farò costruire una chaise longue, scavata nel tronco di un vecchio ulivo secco, per stare accanto a Mihal. Attraverso una rete posso accarezzargli i polpastrelli delle zampe con dei fili d’erba, per il resto lui ha una grande area a disposizione e ora sta cercando di fare amicizia con una leonessa. Ma questo animale per metà è umano».
Ha detto che nel carattere Mihal è un miglioramento di Michelangelo…
«Che mi ha fatto un favore nel reincarnarsi in questo leone. Michelangelo aveva un carattere molto difficile, poteva arrivare a essere crudele. D’altronde se non fosse stato implacabile sul set, non avrebbe ottenuto il massimo nei suoi film. Penso alla qualità della luce, a certi piani sequenza sulla carta impossibili da realizzare. Ma anche nel privato decideva lui cosa doveva fare, per le sue case si è occupato di tutto, fino all’ultimo dettaglio. Ricerche estenuanti prima di scegliere il luogo; proprio come faceva per gli scenari dei set».
Tra voi due una differenza d’età di 40 anni. Non certo pochi per una relazione…
«Ho perso il papà Eraldo quando avevo 7 anni. Sulle montagne liguri era stato un capo partigiano, nome di battaglia: Virgola. Un uomo normale con doti da leader. Sì, certo, in Michelangelo, ho rivisto mio padre. Ma lui è stato anche mia madre. I suoi film dimostrano quanto fosse un intelligente osservatore dell’universo femminile. Mi capiva perfettamente, mi sapeva guardare, conosceva tutte le nuances del mio carattere e le rispettava. Era rimasto molto amico della sua prima moglie Letizia, che era anche amica mia. Si erano conosciuti nel dopoguerra al Centro sperimentale».
E con Monica Vitti, il grande amore del periodo della trilogia dell’incomunicabilità?
«Con lei era diverso. A Roma continuavano ad abitare nello stesso palazzo, Monica nell’attico e Michelangelo nel super attico, avevano eliminato la scala a chiocciola di collegamento. Monica era molto mondana, amava le feste con tanti amici, una vita lontana dalla nostra che eravamo sempre in viaggio per conoscere luoghi, attori, sceneggiatori. Mai fatta una vera vacanza con lui».
Prima della vostra relazione c’era stata Clare Peploe, che sarebbe poi diventata la moglie di Bertolucci…
«Si erano conosciuti sul set di Blow up di cui lei era co-sceneggiatrice. Ma Clare non voleva a quel tempo trasferirsi da Londra a Roma e l’ha lasciato. Michelangelo era sempre innamorato di qualcuna ma è sempre stato lasciato».
Il vostro incontro avvenne nel ’72, subito dopo «Zabriskie Point»… Come accadde?
«Non avevo neanche 18 anni quando l’artista Eugenio Carmi, che abitava sotto mia madre, le chiese se poteva prendermi come modella per proiettare i suoi quadri astratti su un corpo nudo. Mamma gli disse: chiedilo a lei. Accettai. Ne venne fuori una pubblicazione di serigrafie, Michelangelo scrisse l’introduzione. Io, dopo aver frequentato il liceo milanese di Brera, cercavo un lavoro a Roma. Carmi così mi presentò Antonioni che, mi avrebbe poi confessato, aveva subito fantasticato una storia d’amore con quel corpo nudo. Che cosa sai fare?, mi chiese. Nulla, risposi. Però sono molto ferrata sull’uso del colore. E amo l’arte. Strano, replicò, io dovrò cominciare un film che si intitolerà Il colore dei sentimenti (che poi non si fece). Perché i sentimenti hanno un colore? Domandai. Lui abbozzò un sorriso ma mi invitò a cena e mi fece vedere la sua collezione di quadri. La nostra storia cominciò così».
E lei non ebbe mai la tentazione di lasciarlo?
«Ho fatto il contrario di quanto ci si aspetterebbe. Quando era bello, ricco, famoso (finì nella top ten degli uomini più eleganti del mondo), non c’è stato giorno in cui non abbia pensato di fuggire. E qualche volta l’ho fatto, ma lui mi ha sempre riacchiappata. Dopo l’ictus del 1985, quella voglia è sparita. Ventidue anni di malattia senza una degenerazione in demenza senile, in Alzheimer. Il neurologo non si raccapezzava. In realtà l’ictus è stata per lui un’opportunità enorme. Col tempo ha recuperato la gamba e la spalla ma non la mano destra. Così ha imparato a usare la mano sinistra per disegnare e dipingere: una quarantina delle sue Montagne Incantate saranno esposte da sabato in Maremma. Il suo pensiero era intatto, io sono stata la sua voce. Negli anni della malattia abbiamo fatto due film, dei documentari, viaggiato in tutto il mondo, ritirato l’Oscar alla carriera. Lui mi ha offerto una vita straordinaria e io a lui. Posso dire che l’Antonioni post ictus è stato il mio capolavoro. Poi a 94 anni, mentre stava perdendo la vista, ha deciso con lucidità, nel suo silenzio, di lasciarsi morire cominciando a non mangiare più».
Monica Vitti, Vanessa Redgrave, Jack Nicholson… Ma tra i grandi nomi del cinema che ha diretto aveva pensato anche a Sophia Loren…
«Sì, per un film di fantascienza, genere che lo affascinava. Il titolo scelto era Destinazione Verna, la storia di una annoiata donna borghese che decide di accettare un viaggio verso un pianeta, compra il biglietto in un’agenzia gestita da Anthony Hopkins, poi comincia un viaggio in autobus per raggiungere il luogo in cui si trova l’astronave. Si parte da Napoli, si attraversa Pompei, si arriva a Torre Canne, in Puglia. Nel frattempo sul bus sale, tra gli aspiranti viaggiatori nel cosmo, anche Naomi Campbell. Sarà un’attesa lunga e, forse, illusoria. Il film, che sarebbe stato prodotto da Carlo Ponti, poi non fu fatto perché Hopkins si ritirò e non si trovò un altro attore del livello di Sofia. Io, come tanti altri lavori, ce l’ho tutto in testa perché ho seguito ogni fase della sua creazione. Mi verrebbe voglia di riprenderlo e di dirigerlo».
E a chi penserebbe oggi come protagonista?
«Ho letto sul Corriere l’intervista di Valerio Cappelli a Helen Mirren che ricordava come L’avventura sia stato il film che ha determinato la sua scelta di fare l’attrice. Mi è venuta voglia di conoscerla. Lei sarebbe perfetta».