Corriere della Sera, 16 luglio 2026
Iran, Trump torna a evocare un’operazione di terra
«Vi conviene fare un accordo, se volete che vi rimanga qualcosa». In un’intervista con Fox News, Trump ha detto che gli attacchi contro l’Iran aumenteranno. «La prossima settimana, sarà davvero brutta per loro… abbatteremo tutti i loro impianti energetici e i loro ponti, a meno che non si siedano al tavolo a negoziare». Ma senza aspettare la prossima settimana, già ieri alle 21 (ora italiana) il Comando Centrale Usa ha annunciato su X una nuova ondata di attacchi per «prendere di mira le capacità militari iraniane» che minacciano le imbarcazioni in transito «attraverso lo Stretto di Hormuz». Dall’Iran confermano la pioggia di missili: esplosioni sono state segnalate a Bandar Abbas, Chahahar, Ahvaz,a Rasak, nel Sistan e Baluchistan... Durante l’intervista Trump ha anche annunciato che «l’Iran sarà sconfitto molto presto e che vuole un incontro con gli Stati Uniti... Ho ricevuto una chiamata proprio mentre arrivavo qua». Gli chiedono se vuole eliminare i leader dei Guardiani della Rivoluzione, e lui prima dice di sì, poi corregge il tiro: «Sono spregevoli ma voglio raggiungere un accordo». Martedì il presidente Usa aveva tenuto un incontro nella Situation Room con il vicepresidente JD Vance, il segretario di Stato Marco Rubio, il segretario alla Guerra Pete Hegseth, il capo di stato maggiore delle forze armate Dan Caine, il direttore della Cia John Ratcliffe, l’inviato Steve Witkoff, per discutere di un’offensiva più ampia rispetto agli attacchi condotti finora intorno allo Stretto di Hormuz, secondo fonti del sito Axios. Oiettivo: costringere l’Iran a riaprire lo Stretto e a cedere sulle concessioni relative al programma nucleare.
Martedì è anche tornato in vigore l’embargo Usa contro l’accesso e l’uscita dai porti delle navi iraniane. Alla domanda se si possa escludere una operazione di terra, il presidente ha detto a Fox: «Direi di no, se è appropriato. A volte serve una campagna di terra, ma abbiamo altri che faranno la campagna terrestre per noi». Un argomento, questo, che tiene banco anche dall’altra parte della barricata, in Iran.
Manouchehr Mottaki, ex ministro degli Esteri iraniano e attuale parlamentare, ha dichiarato in una intervista che l’Iran dovrebbe «lanciare una guerra di terra, e impadronirsi di una base militare statunitense» in Medio Oriente, per «prendere in ostaggio migliaia di militari americani» come rappresaglia dopo gli attacchi Usa e le minacce di invadere l’isola di Kharg. Mottaki dice anche che il Memorandum di giugno Usa-Iran è «ingannevole».
Gli fa eco il presidente del parlamento iraniano e capo negoziatore Mohamed Bagher Ghalibaf. che dice ai media del suo Paese: «Se l’Iran non ottiene benefici dal Memorandum d’intesa, non abbiamo alcun motivo per aderirvi», e aggiunge che «siamo pronti per la battaglia e per resistere fino alla morte».
Con queste premesse (dall’una e dall’altra parte) serve un atto di fede per immaginare progressi positivi imminenti al tavolo dei negoziati. Eppure un germoglio di speranza arriva da Roma, dove ieri – con la mediazione Usa – si sono conclusi i colloqui (a livello di ambasciatori) fra Israele e Libano. Il punto in discussione era il ritiro dell’esercito israeliano (Idf) da alcune «zone pilota» (come le definisce l’accordo di giugno) nel Libano del Sud, dove Israele tiene a bada la presenza di Hezbollah. L’Idf dovrebbe cedere quelle zone all’esercito regolare libanese. «I colloqui a Roma sono andati bene», concordano tutti. Ma da Gerusalemme un funzionario citato da Ynet frena: servono altre preparazioni e intese. E forse serve anche un incontro fra Trump e il premier israeliano Netanyahu, che sabato volerà negli States per i funerali del senatore Lindsey Graham e che lunedì potrebbe incontrare l’amico Donald.