Corriere della Sera, 16 luglio 2026
Un anno pericoloso
Sosteneva Silvio Berlusconi, l’unico – dopo Alcide De Gasperi – ad essere rimasto a Palazzo Chigi per un intero quinquennio, che l’ultimo anno di legislatura era stato il più brutto della sua vita. Ne ricordava ogni attimo. Era iniziato quell’ultimo anno con un infortunio di per sé insignificante (stavolta sono stati due: referendum e voto segreto). Da quel momento tutto improvvisamente gli era parso chiaro. La prolissità, la vanità, l’esagerato senso di sé ma anche l’insicurezza e la pavidità delle persone che aveva intorno. Passavano i giorni e l’allegra combriccola che a lui doveva tutto o quasi procedeva verso una sconfitta che a suo avviso (e aveva ragione) non era affatto inevitabile. Persino i più intimi, quei due o tre di cui si fidava, litigavano tra loro per delle idiozie. Moltissimi, quasi tutti lo sfinivano con lunghissimi giri di parole prima di arrivare al punto che poi era sempre lo stesso: in che sarebbe consistito il «meritato guadagno» per lo sforzo profuso negli anni precedenti? E cosa aspettava a cacciare tutti gli altri? Giorno dopo giorno Berlusconi si rendeva conto che li sopportava sempre meno. Che lo infastidivano persino i loro aliti. Anzi, soprattutto i loro aliti.
Per quel che è dato sapere anche l’ultimo anno governativo di De Gasperi non fu tra i più felici. Ed è bene che Giorgia Meloni sappia che l’altro ieri l’ora del destino è scoccata anche per lei. Con un leggero anticipo sui tempi è iniziato l’ultimo anno della sua legislatura da premier. I partiti che la affiancano non godono di piena salute e anche nel suo c’è puzza di bruciato. Fuori dall’Italia Meloni gode ancora di buona stampa, ma presto gli infortuni in cui è incappata avranno eco anche all’estero e la ricetta magica della stabilità tenderà a sfumare. A questo punto, come accadde a Berlusconi tra la fine del 2005 e l’inizio del 2006, capirà che non è affatto detto che le prossime elezioni siano perse in partenza: lì si vedrà la qualità sua e della sua squadra.
Il suo vero, grande incubo sarà che su di lei incomberà il fantasma di Roberto Vannacci accompagnato da quello di Gianni Alemanno. Li abbiamo definiti fantasmi perché esistono ed esisteranno esclusivamente di vita virtuale. Di loro sapremo solo quel che ci dicono e ci diranno i rilevamenti d’opinione e non ci saranno turni elettorali intermedi per metterli alla prova di un voto in carta e matita. I sondaggi, è prevedibile, tenderanno a farli crescere poco alla volta ma entro l’estate raggiungeranno la doppia cifra.
A quel punto si vedrà la stoffa del personale politico da cui Meloni è circondata. Dentro e fuori dal suo partito. Nel senso che man mano che si profilerà il «fantasma a doppia cifra» gran parte dei parlamentari che non sono certi della propria rielezione subiranno l’attrazione futurista. Qualcuno resisterà alla tentazione. I più fragili no. E non tutti nel centrodestra hanno l’aria di avere i nervi a posto. A quel punto l’esodo degli irrequieti potrebbe avere conseguenze sui partiti abbandonati – Lega e Forza Italia – facili da immaginare. Praticamente le formazioni politiche di Salvini e Tajani – anche a causa di dissidi interni e di opa esterne – sono già adesso a rischio d’implosione. Come in un film dell’orrore a questo punto il fantasma potrebbe fare il resto e provocare un terremoto. Così, a metà dell’anno che ci separa dalle elezioni, la maggioranza di centrodestra potrebbe scoprirsi assai risicata. Berlusconi non ebbe problemi del genere. O, meglio, li ebbe ma solo alla fine della sua esperienza a Palazzo Chigi quando si affacciò sulla scena politica il fantasma di Beppe Grillo. Ma condivise quei problemi con l’intera politica italiana e, a vicenda conclusa, si può dire che il movimento pentastellato abbia fatto danno più alla sinistra che alla destra.
Le ebbe invece, quel tipo di manifestazioni del sovrannaturale, De Gasperi che, dopo aver sbaragliato nel ’48 i socialcomunisti, all’inizio degli anni Cinquanta fu avvicinato dallo spettro dei reduci fascisti e monarchici. Il Papa di allora, Pio XII, lo incoraggiava ad accompagnarsi a quei fantasmi. Lui si negò e ciò gli costò una rottura con il Pontefice. Un litigio che rese molto amaro il suo ultimo anno di vita. Ma con quel mancato abbraccio De Gasperi salvò la Democrazia cristiana che restò partito di maggioranza relativa per altri quarant’anni.
Adesso tocca a Meloni decidere se affidarsi o sottrarsi alle lusinghe del fantasma Vannacci. Nel caso scegliesse di sottrarsi, lo farebbe a costo di perdere le prossime elezioni. Ove mai ciò capitasse potrebbe consolarsi dicendosi che governare in compagnia di una sporca dozzina composta da persone in gran parte cacciate dal centrodestra sarebbe un’esperienza senza precedenti. Di dubbia affidabilità. E di prospettive incerte. Più che incerte.