Il Giorno, 8 aprile 1982
Perché mi piace la guerra delle Falkland
Datemi pure del guerrafondaio, ma a me piace questa guerra fra Inghilterra e Argentina. Mi piace perché è una guerra che è sfuggita, una volta tanto, al controllo e agli interessi del binomio URSS – USA che impera su tutto il mondo. Sembra quasi di tornar all’epoca delle «potenze» (ricordate? Inghilterra, Francia, Russia, Prussia…) che, vivaio, era un po’ meglio di quella delle «superpotenze», se non altro perché le «potenze» non avevano, né potevano avere, la pretesa totalizzante di dominare il mondo intero.
Questa guerra io la vedo quasi come un atto di libertà. Una ribellione alla logica ferrea degli equilibri stabiliti a Yalta a unico vantaggio delle due «superpotenze» vincitrici. E, secondo me, fan male adesso Argentina e Gran Bretagna, dopo aver trovato il coraggio di accendere le polveri, a cercare la mediazione di Reagan, perché così rischiano di riaffermare quel protettorato dell’America su ogni angolo del globo di cui si erano così felicemente infischiate. Se la vedono fra di loro, come ai vecchi tempi. E vinca il migliore.
Mi piace questa guerra perché non è ipocritamente mascherata dietro questioni ideologiche, dietro i sacri principi del marxismo-leninismo o della libertà dell’Occidente come lo erano quelle di Corea o del Vietnam o l’invasione dell’Ungheria o della Cecoslovacchia o dell’Afghanistan o la spietata repressione del popolo polacco. Qui è una pura e dichiarata questione di interessi: l’Argentina vuole le Falkland perché relativamente vicine alle sue coste, l’Inghilterra perché le ha conquistate e tenute da secoli e perché su quel suolo abitano esclusivamente cittadini britannici.
Mi piace questa guerra perché ci riporta, con la memoria, a epoche avventurose, quando i pirati erano ribaldi e crudeli, ma anche capaci di atti stravaganti e generosi come regalare le terre conquistate – è il caso delle Falkland – alla graziosa Sua Maestà Britannica.
Mi piace, per dirla tutta, perché è un ritorno, sia pur momentaneo, sulla scena del mondo, della nostra cara, vecchia e morta Europa. Sono reazionario? È probabile. Ma, vivaddio, sarà pure lecito seguire con una certa trepidazione il viaggio dell’Invincible e del Superb verso le lontane coste argentine, quando generazioni e generazioni di opposti estremisti ci hanno rotto l’anima con le imprese dell’Armata Rossa o dei guerrieri di Ho Chi Min o dei marines americani?
Mi piace poi questa guerra perché consente agl’ingressi di tornare a fare gl’ingressi e di mandare il principe Andrea, figlio di Elisabetta d’Inghilterra, a imbarcarsi come gli altri, e a rischiare come gli altri. Si dirà che è solo un fato emblematico, di gusto e di stile. Ma quando l’emblema e lo stile consistono nel mettere in gioco la propria pelle, hanno la loro importanza.
Tutti ricordano quanto contò per gli inglesi, per il loro morale, per la loro resistenza - e quindi per l’Europa, perché quella resistenza fu decisiva per la sconfitta del nazismo – il fatto che Giorgio VI restasse ostentatamente a Londra sotto i bombardamenti delle V2 tedesche, e quale demoralizzante spettacolo fu, invece, la precipitosa e ignominiosa fuga di re Vittorio Emanuele III e di Badoglio da Roma, lasciata al suo destino assieme agl’italiani. Anche i simboli hanno il loro valore se si è capaci di esserne all’altezza.
Mi piace questa guerra perché, finora, è condotta con molta civiltà, secondo le regole del gioco, come una partita di cricket.
Infine, mi piace questa guerra perché, con tutta probabilità, non si farà.