il Giornale, 15 luglio 2026
Ecco le "Lupe di Wall Street"
Nel 1958, il New York Times scrive che “la nebulosa comunità che occupava il mezzo miglio quadrato di spazio noto come Wall Street” era “la più vasta roccaforte della supremazia maschile in tutto il Paese”. Quell’angolo sulla punta più meridionale di Manhattan, dirimpetto alla Statua della Libertà, è stato fin dall’inizio il cuore di New York: i primi abitanti e le prime imprese si sono insediati proprio in quella zona che poi è diventata il centro finanziario del pianeta. È stato fin da subito “un mondo di soli uomini: uomini che si incontravano per un drink nel club privato India House, uomini che si fermavano per strada a farsi lustrare le scarpe, uomini che spingevano carretti carichi di certificati azionari – splendidi documenti riccamente decorati – fino ai depositi sotterranei in cui venivano custoditi” scrive la storica Paulina Bren. Soprattutto, uomini all’interno di quelle mura, di quei palazzi sempre più alti e lussuosi, a contrattare, a vendere e a comprare, a detenere il potere e i soldi. Ecco perché Bren, che insegna Women, Feminist and Queer Studies al Vassar College, ha deciso di raccontare la storia di coloro che hanno infranto questo regno tutto maschile: Le lupe di Wall Street (Neri Pozza, pagg. 374, euro 23), le pioniere della finanza, che cominciano a mettere piede a Lower Manhattan verso la fine degli anni Sessanta.
Fra loro c’è sicuramente Alice Jarcho, una ragazza cresciuta nel Queens da una madre iscritta al Partito comunista, che comincia a lavorare a diciannove anni come receptionist presso una piccola società di intermediazione finanziaria, poi diventa segretaria e si ritrova a dirigere una filiale all’improvviso perché il suo capo si è sparato un colpo di rivoltella in testa e, da lì, non si ferma più. Nel 1969 entra in una società di trading istituzionale e ottiene di poter sostenere l’esame per prendere la licenza (una cosa normalissima per i suoi colleghi, ma che a lei era stata negata) e occuparsi di vendite allo scoperto. Alice non si accontenta e arriva a lavorare per Larry Tisch, il “dio degli investimenti” e a sedere nella cerchia degli uomini che contano; anche se, durante un pranzo con Michael Bloomberg, a lui vengono serviti stoviglie di porcellana e bicchieri di cristallo, e a lei un piatto di plastica... Alice Jarcho diventa la prima broker donna a tempo pieno della Borsa, la New York Stock Exchange. L’entrata nella “sala”, luogo mitico dove ogni sera, in tempi precomputer, si accumulavano tre tonnellate di carta e decine di falegnami dovevano riparare il parquet in acero dai danni subiti, è dura perfino per una durissima come lei: “Le spedirono con la posta pneumatica vibratori invece di ordini, piazzarono tamponi sporchi di ketchup e preservativi pieni di maionese nel suo ufficio e, se lasciava una lattina di Tab sul tavolo, al ritorno ci trovava sopra uno sputo”. Per dire.
La carriera di Alice Jarcho è comunque sfolgorante, e arriva a dirigere il desk di tarding istituzionale di Shearson American Express; ma, quando l’azienda rileva Lehman Brotehers Kuhn Loeb, nel 1984, viene a sapere “che quelli di Lehman non volevano lavorare con lei. Perché era una donna”. E così si dimette... Torna, cinque anni dopo, in uno dei primi fondi speculativi, fiutando l’affare prima di molti altri. Così come arriva prima di molte altre Muriel Siebert, detta Mickie: il 28 dicembre del 1967 è “la prima donna della storia a diventare membro ufficiale della New York Stock Exchange”, grazie a un posto vacante, che si aggiudica per la cifra di 445mila dollari (oltre 4 milioni di oggi). Mickie lo chiama “il gioiello più costoso in circolazione”. Ottenere quei soldi però è stato arduo, poiché nessuno voleva concedere un prestito a una donna; e così quando, nel 1977, il governatore democratico dello Stato di New York chiede a lei, repubblicana, di diventare la sovrintendente del settore bancario, si prende la sua rivincita: “Mi dà grande soddisfazione sapere che adesso sono io a supervisionare la banca che aveva rifiutato di concedermi un prestito”...
Con il passare degli anni, non sono più solo i mercati a salire in parallelo agli orli delle gonne: anche il numero di donne cresce, nei master in Business Administration così come nella finanza, e non solo nel settore dell’analisi e della ricerca. Ci sono volti femminili a parlare di soldi e investimenti in tv (gli “elfi” di Wall $treet Week with Louis Rukseyer come Julia Montgomery Walsh) e ci sono donne che entrano all’"altra” Borsa, l’American Stock Exchange, come Doreen Mogavero, addestrata dal patrigno al linguaggio e ai gesti dei broker fin da bambina, e Lynne Greenberg, che ne diventa la prima donna broker, a ventuno anni, nel 1977 (pagando molto meno di Mickie Siebert all’Nyse: 52mila dollari). O Elaine Garzarelli, che il 12 ottobre 1987 in diretta tv pronostica il crollo dei mercati (che si verifica il lunedì successivo) e viene poi licenziata da Lehman. O ancora Barbara Moakler che, per farsi rispettare dai colleghi, si inventa un fidanzato socio di Goldman Sachs che le regala pellicce in visone bianco e la porta a Parigi nei weekend...
Paulina Bren ci racconta queste Lupe di Wall Street e anche i mutamenti nei codici di abbigliamento, dai tacchi alti in ufficio alle scarpe da ginnastica per la pausa pranzo, la droga consumata come fosse acqua minerale, le molestie, gli insulti, le mille meschinità, perfino le rivalità fra le varie generazioni di donne della finanza, i figli e i primi congedi di maternità, i primi bagni per sole donne, la prima società tutta al femminile dell’Nyse. Non sante, ma Lupe vere: pronte a combattere e a mangiarsi il predatore, quando serve.