ilgiornale.it, 15 luglio 2026
Case green, tutti gli Stati dell’Ue sotto infrazione
La direttiva europea sulle case green inciampa ancora prima di entrare pienamente in vigore. Tutti i 27 Paesi dell’Unione europea – Italia compresa – sono stati sottoposti a una procedura d’infrazione per non aver recepito entro il 29 maggio la normativa sul rendimento energetico degli edifici. Un fronte compatto di ritardatari che alimenta i dubbi sulla concreta applicabilità di un provvedimento destinato a incidere profondamente sul patrimonio immobiliare europeo e non in maniera positiva.
I governi avranno adesso due mesi per comunicare al governo europeo le misure adottate. Qualora le risposte non fossero considerate soddisfacenti, Bruxelles potrà procedere con l’invio di un parere motivato, secondo passaggio dell’iter che può concludersi davanti alla Corte di giustizia dell’Unione europea.
Il fatto che nessuno dei 27 Stati membri abbia rispettato la scadenza ha provocato le reazioni del centrodestra italiano e delle associazioni dei proprietari immobiliari. Per l’eurodeputata del Ppe Letizia Moratti, presidente della Consulta nazionale di Forza Italia, si tratta della “dimostrazione plastica e surreale del fallimento di una direttiva irrealistica e fortemente ideologica”, che la Commissione dovrebbe “sospendere e riscrivere”. Sulla stessa lunghezza d’onda Flavio Tosi, anche lui esponente azzurro: “Se la Commissione arriva a mettere in mora contemporaneamente tutti gli Stati membri, significa che il problema non sono i governi nazionali, ma una direttiva costruita senza un adeguato confronto con la realtà”.
Critico anche il presidente di Confedilizia Giorgio Spaziani Testa, secondo cui “Il miglioramento delle prestazioni energetiche degli immobili va incentivato, non imposto”. Una distinzione che riassume uno dei principali nodi politici della normativa: la necessità di rendere più efficienti gli edifici senza scaricare sui proprietari costi difficilmente sostenibili, soprattutto nei Paesi caratterizzati da un patrimonio immobiliare vecchio e molto esteso come quello italiano.
Approvata nel 2024, la direttiva non obbliga automaticamente i singoli proprietari a ristrutturare le abitazioni entro scadenze prestabilite. Fissa però obiettivi generali di riduzione dei consumi e delle emissioni, affidando ai governi nazionali il compito di individuare strumenti, incentivi, priorità e risorse economiche. Per gli edifici residenziali, ciascun Paese dovrà definire un percorso per ridurre progressivamente il consumo medio di energia del patrimonio immobiliare. Per gli immobili pubblici e non residenziali sono invece previsti standard minimi di prestazione energetica, partendo dalle strutture considerate meno efficienti.
Entro la fine del 2026 gli Stati membri dovranno presentare la versione definitiva dei rispettivi piani nazionali di ristrutturazione, specificando obiettivi, politiche, investimenti e incentivi. Proprio sul reperimento delle risorse e sulla distribuzione dei costi si giocherà la parte più delicata dell’attuazione.
Per l’Italia non si tratta del primo richiamo. A marzo Bruxelles aveva già aperto una procedura contro Roma e altri 18 Paesi, tra cui Francia e Germania, per il mancato invio della bozza dei piani nazionali. La nuova contestazione riguarda invece il mancato recepimento della direttiva negli ordinamenti interni.
La doppia procedura e il ritardo generalizzato mostrano una distanza evidente tra gli obiettivi fissati dalle istituzioni europee e i tempi della politica nazionale. Più ideologica che costruttiva, la transizione energetica degli edifici resta formalmente in marcia, ma il fatto che tutti i governi europei siano contemporaneamente finiti nel mirino di Bruxelles rende difficile liquidare la vicenda come una semplice inadempienza burocratica.