lastampa.it, 15 luglio 2026
Israele, guerra tra cosche per una catena di ristoranti giapponesi
Prima una granata, poi un’altra. Quindi gli spari contro le vetrine e, a distanza di pochi minuti, nuove esplosioni in altre città. Nel giro di una notte, diversi ristoranti della catena di sushi Japanika, 44 locali sparsi per il Paese, tra i marchi di ristorazione più popolari e redditizi d’Israele, sono diventati il bersaglio di un’offensiva coordinata che gli investigatori israeliani definiscono senza esitazioni un regolamento di conti tra organizzazioni criminali. Una dimostrazione di forza pianificata nei dettagli, destinata a colpire non soltanto un marchio conosciuto in tutto il Paese, ma soprattutto gli interessi economici riconducibili a uno dei gruppi coinvolti nella faida.
Dal 6 luglio a oggi la polizia ha contato circa quindici attacchi tra granate e sparatorie in una sola settimana, con almeno tredici ordigni lanciati tra Tel Aviv e il centro del Paese, e quattro diverse filiali di Japanika colpite. Gli attacchi hanno interessato punti vendita ad Afula, Netanya, Kiryat Ono, Herzliya, Givatayim, Ramat Gan, Rishon LeZion e Tel Aviv. In alcuni casi sono stati lanciati ordigni esplosivi, in altri sono stati esplosi colpi d’arma da fuoco contro gli ingressi dei locali. Il bilancio, fortunatamente, non registra vittime, ma il messaggio è arrivato forte e chiaro: nessuno spazio pubblico è ormai considerato off limits quando si tratta di regolare i conti tra le cosche.
Secondo gli investigatori, la catena Japanika sarebbe finita al centro della guerra perché alcuni suoi ristoranti sono gestiti da imprenditori ritenuti vicini a una delle organizzazioni criminali coinvolte nello scontro. Il marchio, uno dei più diffusi nel settore della ristorazione israeliana, sarebbe stato utilizzato come bersaglio simbolico per colpire gli interessi economici del fronte avversario. Una strategia che ricorda da vicino le dinamiche delle mafie tradizionali: colpire le attività commerciali per intimidire, danneggiare il patrimonio e dimostrare il controllo del territorio.
Perché proprio Japanika? La catena è di proprietà dell’imprenditore Barak Abramov, patron anche della squadra di calcio Beitar Gerusalemme, ma alcune filiali del centro Israele sono gestite da affiliati riconducibili alle due famiglie rivali criminali più influenti del Paese: il clan Musli, storicamente radicato nella criminalità ebraica, e il clan Jarushi, una potente famiglia araba originaria di Ramla. Da anni le due organizzazioni si contendono il controllo di un mercato illegale che genera profitti enormi. Traffico di droga, estorsioni, usura, riciclaggio di denaro, recupero crediti con metodi violenti e infiltrazioni nell’edilizia e negli appalti rappresentano soltanto alcune delle attività attraverso cui le cosche alimentano il proprio potere economico. Secondo le ricostruzioni giornalistiche, Abramov sarebbe stato in origine vicino ai Musli, ma verrebbe oggi considerato legato ai Jarushi, il che avrebbe fatto della sua catena un bersaglio simbolico ed economico nella guerra tra le due organizzazioni. I Musli, originari dei quartieri di Hatikva e Kfar Shalem a Tel Aviv, sono considerati una delle organizzazioni criminali più potenti d’Israele, guidata dai fratelli Yossi ed Eli Musli, sospettati di riciclaggio tramite criptovalute e prestiti privati.
Le alleanze cambiano rapidamente, così come gli equilibri interni. Vecchi accordi vengono infranti, nuovi gruppi emergono e ogni omicidio rischia di innescare una spirale di vendette che può protrarsi per mesi. È un universo criminale estremamente fluido, nel quale clan e sottoclan stringono alleanze temporanee per poi combattersi senza esclusione di colpi.
Nei giorni successivi agli attentati la polizia ha annunciato l’arresto di Yossi Musli, considerato uno dei principali esponenti dell’omonimo clan. Secondo gli investigatori avrebbe avuto un ruolo nell’organizzazione della campagna intimidatoria che ha preso di mira i ristoranti Japanika. Le autorità ritengono tuttavia che la cattura del boss non sia sufficiente a fermare la guerra tra le organizzazioni criminali, che continua ad alimentarsi attraverso una rete di affiliati pronti a sostituire i vertici colpiti dagli arresti.
Negli ultimi anni gli omicidi legati alla criminalità sono aumentati sensibilmente e una quota molto elevata delle vittime appartiene alla comunità araba israeliana, dove la diffusione delle armi illegali e la presenza di potenti famiglie criminali hanno favorito una lunga scia di regolamenti di conti.
Da inizio 2026 il bilancio degli omicidi nella società araba israeliana ha già superato le 100 unità comprese dieci donne, il ritmo più rapido registrato negli ultimi cinque anni, secondo l’ong Abraham Initiatives. Il presidente israeliano Isaac Herzog, intervenendo di recente, ha parlato apertamente di 140 vittime dall’inizio dell’anno, definendo la situazione nelle città arabe “insopportabile” tra sparatorie, minacce ed estorsioni, e chiedendo una battaglia comune contro l’emergenza.
Il quadro è ancora più drammatico se si guarda all’anno appena concluso: il 2025 è stato l’anno più sanguinoso mai registrato per la comunità, con 252 morti, la stragrande maggioranza per arma da fuoco. E i dati sulle indagini rivelano un vero e proprio vuoto di giustizia: la polizia israeliana ha risolto solo il 15% degli omicidi nelle comunità arabe, contro il 65% tra la popolazione ebraica.
Le organizzazioni criminali arabe, spiegano gli analisti, sono ormai radicate in una spirale di violenza che secondo diversi osservatori si è aggravata dal 2022, da quando Itamar Ben-Gvir ha assunto la guida del ministero della Sicurezza nazionale.
A preoccupare gli investigatori non è soltanto il numero degli omicidi, ma anche la qualità dell’arsenale a disposizione delle organizzazioni criminali. Granate militari, esplosivi, fucili d’assalto e pistole vengono impiegati con una frequenza sempre maggiore. Le cosche dispongono di ingenti risorse finanziarie e hanno esteso i propri interessi ben oltre il tradizionale traffico di stupefacenti, investendo nell’economia legale attraverso società di copertura e attività commerciali.
L’assalto alla catena di sushi non è un episodio isolato, ma la punta di un iceberg molto più ampio.