La Stampa, 15 luglio 2026
Intervista a Franco Branciaroli
«Torino è la città del Diavolo e della Sindone, la più anticlericale ma anche quella con più santi ottocenteschi. Città dell’esoterismo, del Museo Egizio, della Gran Madre di Dio, che ricorda in quel nome antichi culti pagani. La Mole che doveva essere una sinagoga ed è diventata il Museo del Cinema. Insomma: la immagino come un perfetto scenario per l’Apocalisse e la resurrezione della carne. Una vecchissima pellicola sulla Shoah proiettata nel Museo scorre al contrario e i cadaveri degli ebrei sterminati dai nazisti escono dallo schermo, vanno per le strade insieme agli apostoli e a Gesù che ha scelto di reincarnarsi proprio qui». Così Franco Branciaroli sul perché l’abbia fatta mettere a ferro e fuoco da un’orda di angeli motociclisti nel giorno della Resurrezione dei morti in Torino addio!, testo che chiude Teatro, piccola e significativa raccolta di sue drammaturgie da poco pubblicata da Nino Aragno Editore.
La distrugge perché la conosce e la ama? Nato alle porte di Milano nel 1947, a Torino ha vissuto la giovinezza.
«Il milanese continua a essere è la mia prima lingua: l’italiano l’ho imparato alle elementari. Sotto la Mole sono arrivato seguendo mio padre che stava lanciano il marchio “Panna Elena”. Qui ho fatto il liceo, sono cresciuto, ho avuto amici. Qui continuo ad avere casa. E qui, soprattutto, ho scoperto il teatro: seppure in modo casuale e molto triste».
Perché casuale e triste?
«Al rientro da un anno a Parigi dove andai dopo la maturità, avevo il problema del servizio militare. Ne parlavo con un mio amico in quello che era allora il “nostro” bar (il Gran Bar). Ci sente una ragazza: ci dice che l’iscrizione alla scuola di teatro di Milano fa ottenere il rinvio. Si propone di prepararmi all’esame di ammissione. Era Daniela Ossola, figlia di Franco, calciatore del Grande Torino. Risultato: venni preso alla Scuola del Piccolo malgrado l’erre moscia. Ma lei il giorno del mio esame si suicidò».
Poi torna a Torino. Giusto?
«Aldo Trionfo allora allo Stabile di Torino è stato il mio maestro. Ero giovanissimo. Ma erano anche anni meravigliosi in cui decadeva l’imposizione che solo un attore famoso potesse interpretare i ruoli principali. Noi della mia generazione fummo subito protagonisti. Fui Nerone in Nerone è morto? avanspettacolo molto chic e un po’ folle con Wanda Osiris, uno dei miti italiani dell’epoca: i teatri sempre pieni del suo pubblico del varietà e di tutta la comunità gay».
Con Trionfo fece anche un Faust-Marlowe – Burlesque epocale: lei e Carmelo Bene ogni sera vi scambiavate i ruoli. Lui già famoso come accettò la parità con un ventenne?
«Nessun problema: se no come avremmo potuto reggere i due anni di una tournée che fu più di un matrimonio? Il vero problema era che con lui si mangiava assai e beveva anche di più: ore 19 un Pernod, in camerino un bianco toscano fresco “con il miele che fa bene alla voce” (lo imita, ndr) e in scena due bottiglie (vere) di champagne Krug che ci scolavamo. Uscivamo regolarmente brilli. Quello che tutti conoscono è il Bene che Carmelo recitava per gli altri. Nella quotidianità era un distinto gentiluomo del sud che andava a dormire all’alba e si svegliava a pomeriggio avanzato. Viveva chiuso in camera, al buio, facendosi gran flebo di vitamine. Anche in vacanza nella casa di famiglia: in spiaggia non scendeva, o al più con giacca pantaloni e cappello».
Prima di Trionfo c’era stato Patrice Chéreau.
«È il 1970, ho 23 anni, neodiplomato al Piccolo. Ottengo da Andrée Ruth Shammah, che gli faceva da aiuto, il telefono di Patrice Chéreau. Lo chiamo alle 3 di notte per propormi. Invece di mandarmi a quel paese, mi dà appuntamento al bar del Piccolo: vado con Maurizio Micheli e Chéreau prende lui. “E io? Se non trovo un ingaggio, devo tornare a casa e lavorare con mio padre”. Per pietà mi dà una comparsata: soldato. Durante le letture del testo pretendeva che ci fossimo tutti e tutti leggessimo tutto: ne esco con quattro ruoli. Corsi subito da Paolo Grassi (a chiedergli di aumentarmi la paga».
Ha lavorato con i più grandi, da Ronconi a Testori, che per lei scrisse ben due Branciatrilogie. Stupisce Tinto Brass. Non ebbe paura di bruciarsi?
«Era un po’ che mi diceva (con la voce roca di Brass, ndr): perché non fai cinema? Il primo film e relativo provino (è La chiave, ndr) è in inglese, che proprio non conosco. Mi invento una specie di lingua dove solo le ultime parole sono corrette, per dare l’attacco a chi recita con me. A Tinto va bene. Nel cast oltre a Stefania Sandrelli, bellissima e radiosa, c’era Frank Finlay, uno dei grandi del teatro inglese, alla prima scena dà di matto per come parlo. Non l’avesse mai fatto. Brass davanti a tutta la troupe lo sgridò come un ragazzino. Gli incassi incredibili “santificarono” il film. Da allora per Tinto divenni una specie di mascotte. E chi se ne frega del cipiglio dei critici?».
in Teatro c’è Cos’è l’amore, testo nato come Nostra Signora dei Tossici, poi censurato. Ce ne può parlare?
«La famiglia Muccioli non voleva in alcun modo che si parlasse di Vincenzo, di loro, di San Patrignano. Mi fecero causa e nel 2001 finì pari e patta con la conciliazione che si vede nel libro. E in questa forma lo portammo in scena: io, Claudio Longhi alla regia e, in un piccolo ruolo, Lino Guanciale, tutti preoccupati».
Tornerete insieme nella prossima stagione.
«Nel 2027 sia io che il Piccolo compiamo 80 anni: se arrivo alla meta, li festeggeremo portando in scena “Il signor Puntila e il suo servo Matti": regia appunto di Claudio, con Lino. Bello che si torni a portare in scena Brecht, grandissimo drammaturgo e spropositato poeta, purtroppo accantonato per motivi ideologici. Ed è bello tornare a lavorare con loro. Di Guanciale ho visto i primi passi, ossia il provino che fece per un Ruzante di Longhi: era un giovanissimo promettente ex giocatore di rugby dotato di mezzi notevoli: non solo per il rugby ma nella voce».
Ha portato a Spoleto Don Giovanni e il suo pitbull, di Don Fante, figlio del famoso John. Per lei un altro anziano dal carattere orribile?
«Il testo è una macchina perfetta, radiografia senza sconti delle macerie del sogno americano. Grottesco, tragico e comico insieme».
Nell’imminenza degli 80, come vede questa fase della vita?
«Dopo i 60 il teatro è pieno di ruoli fantastici, e puoi andare avanti fino oltre i 100. C’è anche Tiresia nel caso diventi cieco».