Robinson, 15 luglio 2026
Povero Marcel Proust! Quanti luoghi comuni
Marcel Proust è forse il solo scrittore a essere oggetto di un doppio pregiudizio di segno opposto: il dilettante e l’illeggibile. In vita era considerato dai critici e dagli autori contemporanei un abusivo, che non aveva né avrebbe potuto mai avere la patente letteraria, un giovane di famiglia ricca che poco o nulla aveva da spartire col mondo delle lettere, a parte una sconfinata ambizione. Era considerato una sorta di dandy, uno snob frequentatore di salotti, compilatore di cronache mondane, autore di elzeviri dallo stile inutilmente ricercato ma privo di una voce propria.
André Gide lesse nel 1912 per Gallimard (che all’epoca si chiamava La Nouvelle Revue Française) il manoscritto del primo volume della Recherche e lo rispedì al mittente, dopo averlo solo sfogliato, perché troppo ricco di particolari inutili, come la decina di pagine dedicate alla descrizione del protagonista che si gira nel letto per ore prima di riuscire a prendere sonno. Proust però sapeva il fatto suo e per fortuna andò avanti: come molti autori esordienti testardamente convinti del proprio valore, ricorse al self publishing e fece stampare a proprie spese dall’editore Grasset Dalla parte di Swann, che contrariamente a ogni aspettativa ebbe un ottimo riscontro. Ai lettori piaceva e anche i critici dovettero rivedere le loro posizioni sul “giovane” Marcel. Lo stesso Gide si pentì di quel giudizio affrettato e ingiusto. «Il rifiuto di questo libro resterà il più grave errore della NRF», scrisse successivamente a Proust, «uno dei più penosi rimorsi della mia vita». E aggiunse in un afflato di sincerità: «Per me lei era rimasto quello che frequenta i salotti di Madame X e Madame Z, quello che scrive sul Figaro».
Poi la storia la conosciamo tutti, l’intera opera venne pubblicata da Gallimard, gli ultimi volumi dopo la morte dell’autore che nel frattempo aveva abbandonato salotti, mondanità, conversazioni frivole e gran mondo, si era ritirato nella sua stanza dopo aver fatto foderare le pareti di sughero per escludere ogni rumore, si era sistemato nel suo lettuccio circondato da fogli, libri, carte, e si era messo a scrivere fino all’ultimo dei suoi giorni, arrivato prematuramente il 18 novembre del 1922, a 51 anni.
Eppure, con il passare del tempo, Proust è diventato vittima di un altro pregiudizio che lo ha relegato sullo scaffale alto della letteratura, troppo alto, praticamente irraggiungibile. Da scrittore “dilettante” e avventizio, si è trasformato in scrittore illeggibile, montagna letterariamente invalicabile, da rimandare sine die a un tempo futuro. Chi non l’ha ancora letto sappia che quel tempo è ora, e non domani, oggi è il giorno per recuperare il “tempo perduto”, tirare i sette volumi giù dallo scaffale e farli traslocare, l’uno dopo l’altro, dove è giusto che stiano, sul comodino, in borsa, nella tasca del cappotto.
Perché solo leggendo si sgretolano a uno a uno i pregiudizi sull’opera, il primo dei quali, notoriamente, è che sia complicata a causa della prosa fluviale, articolata, barocca. È pur vero che una delle sue frasi tratta da Sodoma e Gomorra, se sistemata su una sola riga di una pagina formato standard – sostiene il filosofo Alain De Botton – sarebbe lunga poco meno di quattro metri e farebbe il giro della base di una bottiglia di vino per ben diciassette volte, ma è altrettanto certo che la prosa è talmente musicale e ritmata come un moto ondoso che, dopo le prime pagine, chi legge inizia a sentire la dolcezza di quel dondolio, invece che il mal di mare, e finisce con l’affidarsi a quel canto di culla, a quel rollio delicato che ci sospinge da un capo all’altro della frase senza mai farci perdere la rotta. Ho sentito dire che qualcuno ha iniziato l’impresa scavalcando qualche subordinata, saltando a piè pari qualche inciso. Ebbene, non fatelo sapere ai puristi, ma in amor e in lettura tutto è concesso.
Il secondo falso pregiudizio è che la Recherche sia un libro noioso e che non vi accada nulla. La verità è che in questo libro accadono cose continuamente e di ogni genere. L’impressione di staticità può derivare dal fatto che gli avvenimenti non seguono l’ordine cronologico ma vengono evocati sul filo di una memoria “involontaria” non sollecitata a bella posta dal narratore il quale al contrario ne è soggiogato a partire da eventi in apparenza insignificanti che gli aprono voragini di ricordi. È il caso della proverbiale madeleine, il biscottino poroso alla mandorla che il protagonista intinge in una tisana nelle prime pagine dell’opera e che lo riporta direttamente alla sua infanzia, come una macchina del tempo ben oliata.
Viene rievocato il gran mondo della Belle Époque, l’eleganza fatua della nobiltà, l’aggressività intraprendente della grossa borghesia che anela a uno status che per nascita non le compete ma per censo sì, gli amori e i disamori del narratore e degli altri protagonisti, tra tutti Charles Swann infatuato di una prostituta d’alto bordo per la quale sarà folle di gelosia e che alla fine sposerà, anche se, come ammetterà a se stesso e al lettore incredulo alla fine del libro, Odette de Crécy in fin dei conti «non era proprio il suo tipo». Ci sono amori omosessuali tra uomini e tra donne, – è il territorio di Sodoma e Gomorra – ci sono le passioni del protagonista per il gruppo di ninfette delle “fanciulle in fiore”, dal quale una emerge su tutte, si tratta di Albertine, con cui egli intesserà una relazione “tossica” fatta di possessione, di gelosia e di malessere e che terminerà tragicamente. C’è l’ironia, in ogni pagina, nel descrivere un mondo che sta tramontando, come stelle che emanano un bagliore in una notte in cui sono già morte.
C’è la scena finale del gran ballo in cui gli ospiti sembrano in maschera e invece sono solo invecchiati. C’è, all’inizio di tutto, un bambino che ha paura del buio e ha bisogno di vedere apparire la mamma, anche per un solo istante, per poter entrare nel territorio del sonno e affidarsi alla notte.
L’ultimo pregiudizio che grava sul capolavoro di Proust è che ci voglia troppo tempo per leggerlo. Ebbene, qualcuno ha calcolato che leggendo in media un paio di ore al giorno si giunga tranquillamente a conclusione in circa tre mesi. Altri invece sostengono che chi inizia a leggere Proust non smette mai. E noi non possiamo certamente dargli torto.