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 2026  luglio 15 Mercoledì calendario

La storia di “Foggy Bottom”: così Trump ha distrutto il prestigioso Dipartimento di Stato

Bastava la parola a incutere timore e rispetto: dipartimento di Stato. O, per gli esperti della materia, “Foggy Bottom”, alla lettera “fondo nebbioso”, nome del quartiere di Washington che storicamente ospita il ministero degli Esteri americano. Per ottant’anni, dalla fine della Seconda guerra mondiale in poi, quell’edificio ha rappresentato l’influenza degli Stati Uniti negli affari internazionali e l’abilità di esercitarla, talvolta facendo leva sulla generosità grazie ai mezzi di cui dispone la prima superpotenza della Terra, tal altra per vie subdole e segrete.
Nonostante qualche incidente di percorso e alcuni errori, la diplomazia americana ha dominato il mondo attraverso dopoguerra e guerra fredda, fino alla apertura alla Cina, alla caduta del muro di Berlino, al crollo dell’Urss e a decenni di negoziati di pace in Medio Oriente. Una leadership impersonata da una serie di straordinari segretari di Stato, come si chiama negli Usa il ministro degli Esteri: da George Marshall, l’ex generale autore del piano che portava il suo nome di aiuti all’Europa dopo il secondo conflitto mondiale, a Henry Kissinger, architetto del dialogo con Pechino e della distensione con Mosca, da James Baker, pragmatico mandarino della fine del comunismo in Europa orientale e in Unione Sovietica, a Madeleine Albright, prima donna (durante la presidenza Clinton) a ricoprire il prestigioso incarico, poi andato anche all’ex-first lady democratica Hillary Clinton.
Ma nei primi diciotto mesi del suo secondo mandato presidenziale, Donald Trump è riuscito a distruggere tutto questo. Ci aveva provato anche nella sua prima presidenza (2016-2020), senonché l’allora segretario di Stato Mike Pompeo, pur compiacendolo a parole, nei fatti resisteva alle tendenze più autolesioniste del capo della Casa Bianca, rifiutandosi di smantellare il formidabile bagaglio di esperienza dei suoi diplomatici. Nel secondo mandato, tuttavia, Trump ha scelto come segretario di Stato un fedelissimo senza la forza di dirgli di no, Marco Rubio, e per di più lo ha praticamente esautorato affidando ad altri le missioni più importanti. Così, nel giro di un anno e mezzo, il dipartimento di Stato è diventato irriconoscibile.
Come documenta un’analisi del Financial Times, Trump ha ridotto del 20 per cento lo staff di “Foggy Bottom”, licenziando più di 3 mila diplomatici senza sostituirli. L’80 per cento dei posti da ambasciatore in Africa sono vacanti; e su 101 ambasciatori nominati dal presidente in tutto il pianeta, soltanto 9 sono diplomatici di carriera, gli altri premiati per donazioni alla sua campagna elettorale, amicizia o addirittura parentela, come nel caso di Charles Kushner, padre di Jared, il marito di sua figlia Ivanka Trump, nominato ambasciatore a Parigi nonostante una condanna a due anni di carcere per evasione fiscale e altri reati. Come non bastasse, Trump ha fatto di suo genero Jared Kushner e del suo amico e collega palazzinaro Steve Witkoff i negoziatori speciali americani di tutte le questioni internazionali più delicate, da Gaza all’Iran all’Ucraina, aggirando completamente i propri diplomatici di professione. “Due dilettanti allo sbaraglio”, li definiscono le fonti del quotidiano della City, affermando che Putin e gli iraniani hanno praticamente giocato con loro come il gatto col topo.
"È la crisi più grave nella storia della nostra diplomazia”, commenta un ex diplomatico Usa. “Trump respinge la professionalità dei nostri diplomatici, dando ascolto soltanto a chi è d’accordo con le due idee”, afferma William Burns, ex ambasciatore americano a Mosca ed ex direttore della Cia. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: continui cambiamenti di posizioni, insulti e minacce agli alleati, concessioni agli avversari. Come si vede nella guerra in Iran, da cui la Casa Bianca chiaramente non sa come uscire. Riassume il quadro il titolo del Financial Times: “Dipartimento di Stato riposa in pace”. Ma a rimetterci, davanti al funerale della diplomazia della maggiore potenza occidentale, non è solo l’America.