la Repubblica, 15 luglio 2026
Carlo Conti rievoca il concerto dei Pink Floyd a Venezia dell’89
«Prima di parlare del concerto della vita, posso partire ricordando il primo concerto che ho visto nella mia vita?». Chi può dire di no a Carlo Conti, versione studente romantico? «Vado indietro negli anni, è una cosa che fa un po’ ridere», spiega il conduttore (che torna su Rai 1 con Tim Summer Hits insieme a Andrea Delogu, il 17 luglio) «perché fui coinvolto dalle mie compagne di classe. Era il 1980: andammo a Scarperia (Mugello) a La Lucciola, una discoteca-sala da ballo che non c’è più. Erano flippate per Gianni Togni, era uscito a gennaio con Luna, aveva avuto grande successo. Io non è che impazzissi, ma siccome mi piaceva una ragazza, mi fiondai».
Se lo ricorda bene.
«All’epoca alcuni di noi avevano la macchina, io una mitica Fiat 127 arancione. Fu la prima volta che capii cosa vuol dire condividere le emozioni, stando seduti tutti insieme, ad ascoltare un’ora e mezza di canzoni. Ricordo il boato quando Togni entrò in scena, le mie amiche che cantavano come pazze. Lui era bravo, eh. Ma io ero preso dagli occhioni di questa ragazza».
Chiusa la parentesi romanticona, quale considera il vero concerto della vita?
«Quello dei Pink Floyd a Venezia, un evento epocale, gratuito: il 15 luglio 1989, la Festa del Redentore. Una cosa pazzesca: 200mila persone».
Decise subito di andare?
«Certo. Ero un grande fan e trascinai i miei amici della radio. Avevo fatto Discoring, e mi ero costruito il mio film: pensavo di poter ottenere ottimi posti».
Invece?
«Praticamente il concerto l’ho ascoltato, ma non l’ho visto. Tutti appiccicati, un mare di teste. C’era una chiatta di fronte a Piazza San Marco, un palco gigantesco galleggiante. Non riuscii ad avere un pass per avvicinarmi, quindi sentivo ma non vedevo. In realtà vedevo solo le luci riflesse nell’acqua, ma adoravo i Pink Floyd».
Da Firenze a Venezia, tutti insieme appassionatamente?
«Partimmo con il treno, panini al sacco. Ero grandicello ma per me fu epico, fantasticavamo: come sarà? Dove ci mettiamo, chi conosceremo? Ricordo la gente, questa folla incredibile, come un formicaio, che avanzava nelle calli, sui ponti. Venezia fu letteralmente invasa».
Ci sarà stato un entusiasmo contagioso.Era felice?
«Sentivamo che eravamo tutti lì per partecipare all’evento; tutti insieme, invitati a una festa bellissima. Mi resi conto che per molti la cosa che contava di più era proprio esserci. Bastava. Io, che amavo la musica, alla fine provai una strana sensazione».
Che vuol dire?
«Che insieme all’emozione ci fu la delusione. Venni quasi trasportato verso Piazza San Marco da questa marea di persone che si accalcava. Poi, come dicevo, una volta arrivato mi resi conto che non mi sarei goduto il concerto. Impatto forte, ma i Pink Floyd erano lontanissimi, circondati dalle barche. C’era il mondo sulla laguna. Invidiai un collega della radio, Gianfranco, su un battello di Videomusic».
Finito il concerto, avete dormito a Venezia?
«E chi ce l’aveva i soldi? Ci riposammo un po’ in stazione e ripartimmo. Avevano organizzato tanti treni speciali, i pullman. Ricordo che mamma non dormì tutta la notte, finché non tornai la mattina dopo. Stava sempre sul chi va là: “Chiama quando arrivi e quando riparti”».
Era ansiosa?
«Un po’, si preoccupava. Era fatta così».
Un rimpianto?
«Non ho una foto di quel 15 luglio, nulla. Ora hai il mondo in tasca con il cellulare, fotografi ogni istante che vivi, anche se mangi un hot dog. Di quel concerto straordinario posso solo guardare le foto storiche e dire: c’ero anch’io».
Dopo il concerto ci furono polemiche feroci per come era stato organizzato, per i quintali di immondizia lasciati in giro.
«Ero più preso dall’evento, ricordo che lo dissero al telegiornale, che ci furono strascichi. Ma, onestamente, non mi interessai molto del dopo: ero stato felice di esserci».
I Pink Floyd a Venezia sono nella storia: c’erano 200mila persone. È un rito che si ripete, che effetto le fa?
«L’aggregazione mi colpisce, guardi il fenomeno straordinario di Ultimo. C’è l’amore dei fan, ma anche la gioia di stare insieme. E badi bene che questo fenomeno si è amplificato dopo il Covid. Quando c’è stata l’apertura e sono ripartiti i concerti, si è sentita più forte la voglia di condividere».
Disco preferito dei Pink Floyd?
«The dark side of the moon, meraviglioso. Ho la prima edizione e l’ultima ristampa, fatta in occasione dei 50 anni. È la colonna sonora della mia vita, posso ascoltare ogni brano mille volte e non mi stanco mai: sul telefonino, in treno mentre vado a Roma, quando guido, davanti a un tramonto».
Ha mai conosciuto i Pink Floyd?
«Purtroppo no. In questi anni non mi è mai capitato di incontrarli. E dire che ho ospitato tanti artisti nei miei programmi. Ma non dispero».
La musica le ha cambiato la vita?
«Resta alla base di tutto, che debba trasmettere dischi alla radio o fare la direzione artistica del Festival. Come qualsiasi esperienza della vita, ti insegna anche come vivere con gli altri. E amplifica le emozioni dentro di te: ti rende più riflessivo, romantico, sensibile. Ti trasporta, basta solo chiudere gli occhi e lasciarsi andare».