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 2026  luglio 15 Mercoledì calendario

Intervista a Marco Di Vaio

Il profumo dei pini marittimi che ombreggiano Roma, passando per quello che impregna l’aria nelle giornate uggiose delle città del Nord, per quello salmastro del mare e soprattutto quello dell’erba di un campo da calcio. 
Marco Di Vaio festeggia i suoi cinquant’anni vissuti sempre con il pallone davanti agli occhi ed evocando le sensazioni che gli ha lasciato ogni luogo in cui ha vissuto e un solo pensiero costante: fare gol. 
Prima sul terrazzo di casa, poi all’Olimpico, poi nei grandi stadi d’Italia e d’Europa, fino a sedersi dietro alla scrivania da direttore sportivo del Bologna. Con la stessa serietà che lo ha sempre contraddistinto, ripercorre la sua carriera, i momenti difficili, gli incontri decisivi, Bologna diventata casa e la famiglia che oggi rappresenta il suo centro di gravità.

Marco, qual è il suo primo ricordo?
«È un ricordo legato al calcio. Eravamo ancora nel paese dove vivevano i miei genitori prima di trasferirci a Roma. Ricordo questo terrazzo enorme dove giocavo continuamente con il pallone. Forse era davvero un destino».
Ha mai pensato di fare altro nella vita, che so? L’astronauta? Il pompiere?
«Mai. Non mi è mai passato per la testa. Da bambino pensavo soltanto al calcio. Giocavo da solo con una pallina da tennis nella stanza di casa e immaginavo una cosa sola: segnare un gol all’Olimpico».
La chiamata della Lazio arriva quando ha appena dieci anni.
«Sì. Mio padre, che era laziale, l’anno prima aveva rifiutato la Roma perché era convinto che sarei finito alla Lazio. Era una convinzione tutta sua, nessuno gli aveva mai detto nulla. Poi giocammo un torneo contro la Lazio: c’era già Alessandro Nesta, segnai una doppietta e a fine partita dissero a mio padre che mi avrebbero preso. Alla fine, aveva avuto ragione lui».
Un gioco: una parola per ogni maglia. Iniziamo con la Lazio.
«Il sogno».
Verona?
«La solitudine. A diciotto anni mi ritrovai da solo, figlio unico, lontano da casa. E poi il grigiore dell’inverno veronese, qualcosa che non avevo mai immaginato.»
Bari?
«La difficoltà. Vincemmo il campionato di Serie B, ma personalmente fu il primo anno davvero complicato della mia carriera.»
Salernitana?
«La rinascita. Ho ricevuto un amore incredibile, ho segnato tanti gol e mi sono sentito di nuovo importante.»
Parma?
«L’università. Il primo anno e mezzo è stato di studio: ogni settimana mi allenavo contro Cannavaro, Thuram, Buffon. Ho imparato tantissimo. Nel secondo anno e mezzo sono arrivati i frutti di quel lavoro».
Juventus?
«La consacrazione. È stato il punto più alto della mia carriera, con emozioni e responsabilità enormi. Forse, col senno di poi, me la sono goduta meno di quanto avrei dovuto».
Valencia?
«Il coraggio. All’epoca pochissimi italiani andavano all’estero. Ho seguito il mio istinto e rifarei quella scelta. Mi sarebbe piaciuto rimanere più a lungo».
Monaco?
«Continuità, che per me è sempre stata fondamentale. Poi lì è nata Sofia, la nostra prima figlia».
Genoa?
«La passione. Ho trovato una città che vive il calcio come una religione. Siamo tornati in Serie A dopo dieci anni ed è stata una soddisfazione enorme».
Bologna?
«Casa».
Montreal Impact?
«Una nuova sfida. Mi ha permesso di vivere un’esperienza diversa e, indirettamente, è stato anche un ponte verso quello che sarebbe arrivato dopo.»
A Parma, però, arriva anche l’incontro più importante della sua vita.
«Sì. Nell’ultimo anno andai a una trasmissione di Simona Ventura e lì conobbi Malisa. Da quel momento è cambiato tutto. Dieci mesi dopo eravamo in vacanza insieme, ci rendemmo conto che non volevamo più separarci e decidemmo di seguire l’istinto. Sono passati venticinque anni e siamo ancora qui».

Valencia rappresenta anche una rinuncia alla Nazionale che vinse i Mondiali?
«Lo sapevo quando sono partito. Giocare all’estero allora aveva un peso diverso rispetto a oggi. Nel 2006 il gruppo della Nazionale era quello, io avevo fatto le qualificazioni ma poi giocando meno nella seconda parte della stagione persi quell’opportunità. Però la decisione l’avevo presa consapevolmente e non me ne sono mai pentito».
A Monaco nasce Sofia.
«Sì. Eravamo appena venuti a sapere che Malisa era incinta. Speravo di restare lì e così è stato. Sofia è nata a Montecarlo: diciamo che è una piccola principessa.»
Poi arriva Genova e, poco dopo, Sara.
«Sara è nata praticamente appena finito il campionato. È nata a Genova, ma una settimana dopo eravamo già in vacanza e poi ci siamo trasferiti a Bologna. Quindi sì, è nata a Genova ma è bolognese.»
Il vostro legame con Bologna è speciale. Perché avete deciso di restare?
«È stata una combinazione di tante cose. Quando arrivai avevo un contratto di un anno più opzione. Venivo da stagioni complicate e Bologna mi diede l’ultima occasione per dimostrare chi ero. Sentii una responsabilità enorme verso il club e verso la città. Con il passare delle partite si è creato un rapporto speciale. I tifosi si identificavano nel mio modo di giocare, io sentivo il loro affetto e quella relazione è diventata sempre più forte. Mi hanno fatto sentire di nuovo vivo, importante, amato. Sono diciotto anni che vivo qui: praticamente quanto ho vissuto a Roma. Io e Malisa abbiamo scelto Bologna perché qui ci sentiamo davvero a casa».
Che cosa le manca di Roma?
«Il sole, sicuramente. E poi quell’aria particolare che senti appena arrivi, la romanità, l’ironia. Roma è una città straordinaria. Ma oggi amo Bologna e amo la vita che abbiamo costruito qui.»
La carriera da dirigente è arrivata subito dopo quella da calciatore.
«Quando Joey Saputo acquistò il Bologna mi propose di entrare nello staff dirigenziale. Non avevo idea di cosa significasse davvero fare questo lavoro. Ho avuto la fortuna di imparare sul campo, lavorando accanto a persone straordinarie come Claudio Fenucci, che mi ha insegnato tantissimo. Ci ho messo impegno, studio, sacrificio. Ho tolto molto tempo alla famiglia, questo è il prezzo più alto pagato da dirigente. Però oggi sono felice del percorso fatto».
Ha mai pensato di fare l’allenatore?
«Mai. Mi è sempre piaciuta di più la gestione, la costruzione, la parte dirigenziale».
Il calcio crea amicizie fortissime. Qual è quella che non è mai finita?
«Ce ne sono tante, ma se devo scegliere dico Alessandro Nesta. È stato il fratello che non ho mai avuto. E poi il calcio mi ha regalato un altro fratello: Diego Pérez. Per i miei cinquant’anni mi ha fatto una sorpresa incredibile. È arrivato dall’Uruguay senza dirmi niente. Me lo sono trovato in casa. Una gioia enorme.»
Che cosa le ha tolto il calcio?
«Da giocatore nulla. Mi ha dato tutto: mi ha costruito come uomo, mi ha regalato notorietà, una situazione economica importante, esperienze straordinarie. Spero di aver restituito qualcosa anch’io. Da dirigente, invece, mi ha tolto tempo. Tempo da dedicare alla famiglia. È il sacrificio più grande».

Se potesse fermare il tempo oggi, quale fotografia scatterebbe?
«Noi quattro, con Sofia, Sara, Malisa e i nostri cani. Tutto gira intorno alla famiglia. Le ragazze oggi hanno venti e diciotto anni: i grandi insegnamenti sono stati dati, adesso bisogna accompagnarle nel loro percorso. Quella sarebbe la fotografia perfetta».

La famiglia è sempre stata il tuo punto fermo?
«Assolutamente. Abbiamo un legame fortissimo con i miei genitori, con i miei suoceri, con i cognati. La famiglia, per noi, viene prima di tutto».

Soffierà su cinquanta candeline: che desiderio esprimerà?
«Per me niente. Davvero. Ho avuto tantissimo dalla vita. Chiederò soltanto salute per la mia famiglia. E quando mi girerò attorno, la cosa più bella sarà vedere accanto a me tutte le persone che amo. Quello, per me, sarà il regalo più grande».