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 2026  luglio 15 Mercoledì calendario

Il centrodestra bocciato sulle preferenze per un voto

Quello che poteva essere un braccio di ferro tra l’una e l’altra parte del centrodestra – FdI e Noi moderati che volevano le preferenze e Lega e FI che erano contrarie – si trasforma in una grande sconfitta per Giorgia Meloni. Che sul contestato, stradiscusso, divisivo emendamento alla legge elettorale che prevedeva che si potessero indicare fino a tre preferenze per lista in ogni circoscrizione, ma con il capolista bloccato, ha voluto «mettere la faccia» (ma non votare lei stessa) e impegnare anche il governo. Del quale adesso tutta l’opposizione unita chiede le immediate dimissioni: «Si torni al voto ora, la maggioranza non c’è più!», gridano Elly Schlein, Giuseppe Conte, ma anche Avs e Iv. Mentre la replica della maggioranza è: «Andremo avanti». Intanto ieri a tarda sera l’opposizione ha bloccato i lavori, per protesta contro i vannacciani che avevano filmato il proprio voto. Si riunirà stamattina l’ufficio dei questori. Tutto è apertissimo.
Il prezzo della forzatura della premier è una clamorosa bocciatura, 188 voti contro 187, e visto che anche Futuro nazionale ha votato sì all’emendamento, significa che alla maggioranza sono mancati almeno una quarantina di voti, tra assenti e contrari. Il tutto con il voto segreto, che era ben chiaro che il centrosinistra avrebbe chiesto.
Fino a ieri mattina l’emendamento pro preferenze – a detta dell’opposizione «farlocche» perché sarebbero scattate solo per i partiti maggiori, e in più avrebbero sfavorito le donne – era condiviso solo da FdI, Nm e Udc. Ma dopo le riunioni dei gruppi parlamentari anche FI e Lega avevano dato l’ok, nonostante il malessere in entrambi i partiti (per gli azzurri anche Marina Berlusconi era contraria) e pure in FdI.
Però, formalmente, si era trovata l’unità. Che Meloni sapeva quanto fosse fragile. Così ha tentato il tutto per tutto, come sul referendum sulla Giustizia: un appello sui social, formalmente all’opposizione ma anche ai suoi. Serve – ha spiegato – una «operazione verità», possibile solo «a scrutinio palese: sfido le opposizioni a non chiedere il voto segreto. Ognuno si assuma la responsabilità del proprio voto e ci metta la faccia davanti agli italiani. Sì alle preferenze. No al voto segreto».
Un modo per mantenere il punto, anche se era chiaro che l’opposizione avrebbe risposto picche. Ma il punto è che molti deputati in segreto hanno «sfiduciato» il governo. Sì perché nel frattempo il relatore e la ministra Elisabetta Casellati anziché rimettersi all’Aula hanno schierato il governo sul sì. Con la bocciatura che è diventata pesantissima, e ha fatto esultare il centrosinistra con cori da stadio.
L’intenzione nella maggioranza è andare avanti e portare a casa il voto finale almeno alla Camera. Infatti, al momento non risulta che la premier voglia salire al Colle per riferire a Sergio Mattarella, che resta alla finestra. O addirittura per dimettersi, nel qual caso difficilmente il capo dello Stato si opporrebbe ad elezioni anticipate.
Per ora le parole della premier sono di presa d’atto: «Ci abbiamo provato. Ha vinto di nuovo la palude. Abbiamo provato a reintrodurre le preferenze nella legge elettorale dopo più di 30 anni di liste bloccate» e chiesto all’opposizione di «metterci la faccia». E però, ammette «anche nella maggioranza sono mancati diversi voti, e su questo serve una riflessione. L’emendamento è stato respinto per un solo voto. Un’occasione persa per gli italiani, ma era giusto provarci». C’è anche un post scriptum: «La scena dell’opposizione che esulta come se avesse vinto un Mondiale per aver impedito ai cittadini di poter scegliere i propri parlamentari dice tutto».
E adesso? Secondo il leader azzurro Antonio Tajani il voto di ieri è stato solo «un incidente di percorso, si va avanti», certo «bisognerà riflettere» ma «non era un tema fondamentale». Ma il presidente Ignazio La Russa ricorda che al Senato si può cambiare la legge e reintrodurre le preferenze, ma senza voto segreto che a Palazzo Madama «non è ammesso». E quindi c’è da capire se Meloni vorrà fare i conti con la sua maggioranza. Pur sapendo che il rischio è massimo. Perché se la legge saltasse – come dicono parlamentari di lungo corso – il centrodestra «con l’attuale legge elettorale perderebbe sicuramente».