Il Messaggero, 14 luglio 2026
«Mercato unico contro il nanismo. Piazza Affari ha perso 100 società in 20 anni»
È un po’ la Consob dimezzata, senza un presidente da quattro mesi, il vero protagonista dell’appuntamento annuale con il mercato dell’Authority di controllo dei mercati. L’accelerazione decisiva c’è, ma nel frattempo è il presidente vicario, Chiara Mosca, a fotografare lo stato dell’arte sui mercati. Difende, dunque prima di tutto l’operatività dell’Authority («Questo collegio sta esercitando con pienezza i compiti assegnati»), ma poi guarda all’urgenza di crescita del mercato europeo rispetto ai giganti. Il nanismo finanziario pesa sulla competitività. Quindi si passa dalla riforma europea della vigilanza (ci vuole una rete ma le singole autorità non rimarranno ai margini anche con più poteri all’Esma, dice), alla necessità di integrazione (un mercato unico dei capitali è «una sfida primaria per la crescita e lo sviluppo dei mercati») per concludere con l’urgenza di colmare il gap chi ha preso il volo, Usa e Cina. Tenendo conto che, passando anche dalla riforma dei Testo unico della finanza, vanno rimossi paletti e favorita la semplificazione, se si vuole spingere le imprese a quotarsi.
Non c’è solo il tema di una capitalizzazione che non esprime il valore del Pil, particolarmente penalizzante per l’Italia, con Piazza Affari che cresce di valore ma perde pezzi a suon di delisting: 100 lesocietà perse in 20 anni. I numeri descrivono bene l’abisso. Al 31 maggio scorso, il rapporto tra capitalizzazione aggregata e Pil Ue era pari al 75% (51% per l’Italia), a fronte del 247% degli Usa. Questo mentre i mercati Usa rappresentano il 45% della capitalizzazione globale, contro il 10% di quelli europei. «Un divario che non rispecchia le quote di partecipazione al Pil mondiale delle due economie (26% per gli Usa e 18% per l’Ue)». Senza contare il trend tra 2017 e 2026. Gli incrementi più decisi del rapporto capitalizzazione/Pil sono di Usa (dal 164% al 247%), Giappone (dal 124% al 196%) e India (dal 90% al 125%), Nell’Ue si va dalla crescita nei Paesi Bassi (dal 130% al 158%), in Svezia (dal 152% al 209%) e in Italia (dal 39% al 51%), al lieve calo in Germania e Spagna, con una stabilità in Francia. In netta controtendenza è il Regno Unito con una netta riduzione del rapporto tra capitalizzazione e Pil (dal 165% al 103%), «l’effetto Brexit» per Mosca. Ci pensa poi la corsa alle quotazioni mostre in odore di IA a scavare l’abisso. Tra 2015 e 2025 la Cina è al primo posto per volumi raccolti al debutto in Borsa (647 miliardi), seguita dagli Stati Uniti (425 miliardi) e dall’Unione europea (221 miliardi). Il tema è sempre la dimensione. Le operazioni Ue sono di stazza «ridotta»: sempre nel decennio, circa tre quarti delle Ipo europee hanno raccolto meno di 100 milioni di dollari, mentre in Cina e negli Usa si registra una quota sensibilmente maggiore di Ipo comprese tra 100 e 500 milioni di dollari e superiori a 500 milioni. Le Ipo con raccolta oltre i 10 miliardi di dollari sono quasi esclusivamente negli Stati Uniti, dove le Ipo sostenute da private equity e venture capital sono circa il 20% delle quotazioni sia negli Usa che in Cina (l’8,4% Ue), «confermando il ruolo limitato dei mercati privati europei nel finanziare la crescita». Del resto, non si era mai verificato che una singola operazione raccogliesse in Ipo 85 miliardi di dollari (il riferimento è a SpaceX, ndr). Da sola vale «un decimo dell’investimento annuo stimato per potenziare l’industria Ue, raggiungere l’autosufficienza energetica e ridurre il gap tecnologico». A questo punto la diagnosi e la cura. «Sottorappresentazione» e «ridotta dimensione» delle «imprese tecnologiche europee», «ostacoli al finanziamento di settori strategici, rendono l’Europa dipendente da grandi player internazionali». Per rilanciare la competitività servirebbero 750-800 miliardi all’anno, che possono arrivare dalla mobilitazione degli 11.000 miliardi di risparmio europeo. In questo contesto ci sono state 11 uscite dal listino principalea Piazza Affari. Dal 2005 la Borsa è dimagrita di un terzo, anche se ora il rally ha spinto la capitalizzazione al record di 1.209 miliardi, comunque quasi un quarto di Nvidia.