il Fatto Quotidiano, 14 luglio 2026
Meloni sulla kill list, l’Iran fa marcia indietro
“Non esiste una kill list del governo iraniano né tantomeno del leader supremo. L’immagine pubblicata dal quotidiano Hamshari, di proprietà del Comune di Teheran, è espressione del sindaco Alireza Zakani, le cui posizioni ultraconservatrici si sono rivelate nocive per gli interessi della nazione”. A indagare sull’inserimento della premier Giorgia Meloni nell’elenco dei responsabili della morte del leader supremo Ali Khamenei è il giornalista Davood Abbasi. Si è recato al ministero degli Esteri di Teheran e ha interpellato l’ufficio della Guida suprema. La risposta è stata univoca: “L’autore della kill list è stato licenziato, a breve uscirà un comunicato. Per l’Italia c’è stima, non vogliamo uccidere nessuno”. Per Abbasi, “con tutti i nemici che abbiamo, non è proprio il caso di andare a cercarsene altri”. Gli altri leader inseriti nella lista del quotidiano Hamshari? “I miei colleghi potrebbero porre la mia stessa domanda in merito a Macron e agli altri”.
In ogni caso, con il suo appoggio di fatto a Trump e Netanyahu, il governo Meloni rischia di giocarsi il mercato iraniano. La prova? Ai funerali di Ali Khamenei non sono stati invitati “i Paesi che hanno assunto una posizione inappropriata riguardo all’attacco militare di Stati Uniti e Israele all’Iran”, e quindi nemmeno l’Italia.
Ora, difficilmente il BelPaese avrà un qualche ruolo nella ricostruzione, anche se non ha mai abbandonato l’Iran. Anzi, dopo la rivoluzione del 1979 è stato l’unico Paese sempre presente in forza e le imprese italiane hanno contribuito a rimettere in piedi l’Iran sia durante la guerra contro l’Iraq (1980-88) sia nei decenni successivi, sempre con l’autorizzazione statunitense.
L’Iran è la quarta economia del Medio Oriente. Le relazioni bilaterali hanno sempre registrato profili di interesse elevato, con un’accelerazione dopo l’entrata in vigore dell’accordo nucleare nel gennaio 2016. L’Italia è uno dei principali paesi europei ad aver accolto favorevolmente il commercio con l’Iran dopo la firma del Jcpoa. In termini di interscambio commerciale, nel 2017 ammontava a 5,1 miliardi di euro, facendo dell’Italia il primo partner commerciale dell’Iran in ambito Ue. Ad attrarre le imprese italiane sono l’alto livello di istruzione dei suoi 92 milioni di abitanti di cui più di metà sotto i 35 anni, la posizione strategica al crocevia tra oriente e occidente, l’abbondanza di petrolio e gas, la presenza di una rete di infrastrutture, trasporti e telecomunicazioni.
Il contesto produttivo richiede macchinari, componenti, prodotti semilavorati, trasferimento di know-how e nuove tecnologie a integrazione delle capacità maturate dall’industria locale. La meccanica strumentale ha avuto il peso più ampio nel quadro della composizione dell’export italiano, seguita da farmaceutica, strumenti e forniture mediche e prodotti chimici. In seguito al ripristino delle sanzioni nel 2018, il valore dell’export italiano è sceso da 1,33 miliardi di euro (2017) a 663 miliardi (2024). Tutto questo per dimostrare che il mercato iraniano non è irrilevante. Si potrebbe affermare che la magistratura iraniana manda sul patibolo i dissidenti e quindi non dovremmo averci a che fare. È vero, ma da quando in qua il business guarda ai diritti umani? In ogni caso, il soft power è più efficace, nel senso che gli investimenti stranieri possono aiutare la crescita economica e il benessere degli iraniani ben più delle bombe.