Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  luglio 14 Martedì calendario

Perché James Bond potrebbe non avere mai un cane

Ci sono notizie che sembrano uscite da una riunione di condominio dell’assurdo. E tra queste c’è quella su James Bond: l’agente 007 non potrà mai avere un cane. Non perché i servizi segreti britannici lo vietino, né perché un Bulldog inglese rischierebbe di far saltare una copertura abbaiando all’uomo sbagliato. No. Perché Ian Fleming, il creatore del suo personaggio, i cani non li sopportava. E così, per una di quelle vendette postume che solo la letteratura conosce, il più celebre agente segreto del mondo è stato condannato a una solitudine senza guinzaglio.
A svelare questo retroscena è stato Charlie Higson durante una puntata del podcast My Mate Bought a Toaster con Tom Price: «Nella bozza del primo libro avevo dato un cane a Bond. Ho pensato: è all’avventura, deve avere un cane» ha detto l’autore della serie Young Bond. Ma la risposta degli eredi di Fleming è stata secca: impossibile, Ian odiava i cani. Bond non può averne uno. Regola non scritta, ma invalicabile. Fine della discussione. E così Higson ha stralciato la parte del quattrozampe
(che così rimarrà davvero segreto).
Ci ricordiamo sempre che gli scrittori inventano i loro personaggi. Dimentichiamo che continuano a governarli anche dopo la morte, attraverso le loro ossessioni, le simpatie, i pregiudizi, perfino le idiosincrasie più banali.
Eppure, è curioso. L’uomo che ha affrontato assassini, dittatori, terroristi e megalomani armati di missili spaziali può sopravvivere a tutto, tranne che all’antipatia del suo creatore per i cani. Forse perché un quattrozampe farebbe quello che nessuna Bond girl, nessun Martini agitato e nessuna Aston Martin hanno mai osato fare: costringerlo a tornare a casa.
Perché un animale domestico obbliga a fermarsi. Chiede tempo, presenza, pazienza. Non si lascia sedurre dal fascino dell’agente segreto, ma pretende qualcosa di infinitamente più difficile: affidabilità. Ti aspetta, ti riconosce anche quando hai cambiato volto, ti costringe a tornare a casa. E forse è proprio questo il punto. James Bond deve appartenere al movimento, alla fuga, all’identità provvisoria. Uno 007 che passeggia al parco con il sacchetto in tasca e deve raccogliere gli escrementi perderebbe qualcosa del suo mito, ma forse guadagnerebbe un frammento di umanità. Un uomo inseguito dal mondo non può permettersi qualcuno che lo aspetti davanti alla porta.
In fondo siamo noi, oggi, ad avere bisogno di immaginare gli eroi con un cane accanto. Siamo noi ad aver voglia di immaginare un Bond diverso. Meno perfetto, ma che permetta di conoscerne il lato più umano. Un eroe che, tornando da una missione impossibile, trovi qualcuno disposto a fargli festa senza chiedergli come sia andata.
Si è seduto in mezzo alla strada accanto a un cane terrorizzato: quei pochi minuti hanno cambiato tutto
Esiste un’unica eccezione. Solo davanti alla regina Elisabetta II James Bond ha potuto infrangere, almeno per un istante, questo singolare tabù. Nello filmato d’apertura delle Olimpiadi di Londra del 2012, trasmesso in mondovisione, Daniel Craig attraversa Buckingham Palace per accompagnare Sua Maestà verso lo storico lancio con il paracadute. E mentre la Regina interpreta magnificamente sé stessa, attorno a lei trotterellano indisturbati gli inseparabili Corgi reali. L’unica missione in cui 007 è riuscito ad avere dei cani al proprio fianco. Fosse stato per lei gli avrebbe conferito non solo la licenza di uccidere, ma anche quella di adottare con un cane.