lastampa.it, 14 luglio 2026
Cina, mancano i bambini e stanno chiudendo scuole e asili
Le culle vuote iniziano a cambiare il volto della Cina. Oltre ai dati sulla natalità, arriva un nuovo evidente segnale dalle scuole che abbassano la serranda. Nel 2025 hanno chiuso quasi 30 mila asili e scuole primarie, un numero che fotografa con straordinaria efficacia la profondità della crisi demografica cinese e anticipa le sfide economiche e sociali che attendono Pechino nei prossimi decenni.
La contrazione riguarda soprattutto l’istruzione dell’infanzia. Secondo i dati del ministero dell’Istruzione, sono stati chiusi 21.400 asili, quasi 60 al giorno, mentre il numero complessivo degli iscritti è diminuito di 3,58 milioni, pari a circa il 10%. A soffrire maggiormente sono gli istituti privati, che negli anni del boom delle nascite avevano investito nell’espansione e oggi si trovano a competere con gli asili pubblici a basso costo, lasciando migliaia di posti vuoti. Anche la scuola primaria sta entrando nella stessa fase. Nel 2025 hanno chiuso circa 8.000 istituti, il calo più marcato degli ultimi cinque anni, mentre le nuove iscrizioni sono diminuite del 9,6% e il numero totale degli alunni si è ridotto di oltre quattro milioni. Si tratta dell’effetto diretto del crollo delle nascite registrato dopo il 2017, una tendenza che ormai sta raggiungendo le classi elementari.
Il fenomeno non riguarda tutto il sistema scolastico. Al contrario, licei e università continuano ad ampliarsi, perché stanno accogliendo le generazioni nate tra il 2008 e il 2010, quando il numero dei nuovi nati era ancora relativamente stabile. Le scuole superiori sono aumentate di circa 300 unità e gli iscritti continuano a crescere, mentre l’istruzione universitaria ha raggiunto nuovi record con oltre un milione di laureati magistrali e più di centomila dottori di ricerca in un solo anno.
La conseguenza è un sistema educativo sempre più sbilanciato. Mentre le strutture dedicate ai bambini si svuotano, quelle dell’istruzione superiore continuano a espandersi. È una fotografia plastica della transizione demografica cinese: le generazioni numerose nate prima del crollo della natalità stanno ancora attraversando il sistema educativo, ma dietro di loro si sta formando un vuoto destinato ad allargarsi progressivamente. Le autorità stanno cercando di adattarsi. Il nuovo Piano quinquennale per l’istruzione 2026-2030 prevede la riconversione degli edifici scolastici sottoutilizzati, la riallocazione degli insegnanti e la creazione di un sistema di monitoraggio permanente delle tendenze demografiche, nel tentativo di evitare sprechi e adeguare l’offerta educativa a una popolazione scolastica sempre più ridotta.
La chiusura delle scuole rappresenta però solo il sintomo più visibile di un cambiamento molto più profondo. La Cina è entrata ormai nel quarto anno consecutivo di calo della popolazione. Nel 2025 le nascite sono scese a 7,92 milioni, il livello più basso dalla fondazione della Repubblica Popolare nel 1949, mentre la popolazione complessiva si è ridotta di altri 3,39 milioni di persone. Il tasso di fertilità è ormai precipitato a circa 0,98 figli per donna, ben lontano dal livello di sostituzione di 2,1 necessario per mantenere stabile la popolazione.
Per decenni Pechino ha considerato la crescita demografica un problema. La politica del figlio unico, introdotta alla fine degli anni Settanta, contribuì a rallentare l’aumento della popolazione e accompagnò il miracolo economico cinese. Oggi il Paese si trova però nella situazione opposta: lo Stato incoraggia le famiglie ad avere due o tre figli, offre incentivi economici, estende i congedi parentali e dal 2026 coprirà integralmente i costi del parto attraverso il sistema sanitario pubblico. Finora, tuttavia, nessuna di queste misure è riuscita a invertire la tendenza.
Il problema non è più soltanto normativo. La società cinese è profondamente cambiata. I giovani si sposano più tardi, studiano più a lungo, danno priorità alla carriera e devono affrontare costi molto elevati per casa, istruzione e cura dei figli. Per molte coppie urbane avere un bambino rappresenta un investimento economico e personale sempre più difficile da sostenere. A questo si aggiunge un mercato del lavoro altamente competitivo, nel quale la maternità continua a essere percepita come un possibile ostacolo professionale. Le conseguenze vanno ben oltre la scuola. Una popolazione che invecchia rapidamente significa meno lavoratori, maggiore pressione sul sistema pensionistico e sanitario e una domanda interna più debole, proprio mentre Pechino cerca di riequilibrare un modello di crescita ancora troppo dipendente dalle esportazioni e dagli investimenti pubblici. Oggi oltre il 23% dei cinesi ha più di 60 anni e gli over 65 superano ormai il 15% della popolazione. Nei prossimi anni questa quota continuerà ad aumentare.
Le aule vuote rappresentano quindi ben più di un problema amministrativo. Sono il simbolo di una trasformazione destinata a ridefinire il futuro della seconda economia mondiale. Per decenni la Cina ha costruito il proprio sviluppo sulla forza del numero, sulla disponibilità di una manodopera sterminata e sul dinamismo delle nuove generazioni. Oggi deve imparare a crescere con sempre meno giovani e sempre più anziani. È una sfida che non riguarda soltanto la demografia, ma il modello stesso di sviluppo del Paese.