lastampa.it, 14 luglio 2026
Scoperto un neurone che può spegnere l’ansia
L’ansia, di per sé, è un meccanismo di difesa fondamentale: ci avverte dei pericoli e ci prepara a reagire. Tuttavia, quando diventa persistente, immotivata e schiacciante, si trasforma in una patologia che tocca da vicino circa 300 milioni di persone nel mondo. Fino a oggi, i meccanismi biologici che prolungano questo stato di allerta ben oltre la fine di un pericolo sono rimasti in gran parte un mistero. Ora, uno studio rivoluzionario pubblicato sulla rivista Neuron potrebbe aver trovato la chiave per spegnere questo cortocircuito. Gli scienziati del St. Jude Children’s Research Hospital (Memphis, Usa) hanno identificato un gruppo specifico di cellule nervose, chiamate neuroni C1, che agiscono come veri e propri «interruttori» dell’ansia a lungo termine.
Centrale d’allarme
«I neuroni C1 sono presenti nell’area del bulbo rostro-ventro laterale e producono adrenalina», spiega Matteo Balestrieri, già professore di Psichiatria all’Università di Udine e co-presidente della Società Italiana di Neuropsicofarmacologia (Sinpf). Proprio per questo motivo, la loro attivazione è responsabile di una tempesta biochimica nel corpo. «La stimolazione di questi neuroni produce tutte quelle risposte che si chiamano autonomiche, legate alla paura e all’ansia, quindi aumento della pressione arteriosa, della frequenza cardiaca, della respirazione, rilascio di cortisolo, ecc.», aggiunge. Poiché questa regione profonda del cervello gestisce funzioni vitali e automatiche, la comunità scientifica non si aspettava di trovare lì il centro di controllo di comportamenti complessi come la paura o l’ansia cronica. Nello studio americano, i ricercatori hanno scoperto che se queste cellule subiscono una stimolazione troppo forte, il circuito che porta l’allarme ad altre aree cerebrali rimane bloccato sulla posizione «ON», generando un’ansia che nei modelli animali può durare fino a una settimana.
Terapie
Disattivando o bloccando i neuroni C1, tuttavia, i sintomi svaniscono. Sul fronte terapeutico, Balestrieri invita alla cautela ma conferma l’importanza del lavoro. «Questo studio si basa su osservazioni nel topo e quindi comunque devono essere trasferite nell’uomo», precisa. «Ma sono sicuramente valide come premessa», aggiunge. Inoltre, lo psichiatra evidenzia come la medicina si stia già muovendo in questa direzione, seppur con dei limiti. «Questi neuroni – sottolinea Balestrieri – sono un target, un obiettivo di farmaci che agiscono proprio su questi meccanismi. Vale a dire che questi farmaci non riescono a far diminuire la paura o l’ansia, ma inibiscono tutte le manifestazioni legate all’ansia e alla paura, cioè l’aumento generale della tensione o della pressione arteriosa o della frequenza cardiaca, ecc. Quindi sono utili in questo senso».
Sfide future
La necessità di trovare molecole ancora più selettive – come quelle promesse dallo studio del St. Jude, che sembrano spegnere l’ansia sul lungo periodo senza impattare le reazioni immediate del soggetto – è legata ai limiti dei trattamenti attuali. «Per la fase acuta attualmente i farmaci utilizzati – spiega Balestrieri – sono soprattutto le benzodiazepine che però devono essere usate per un periodo non superiore alle 2-4 settimane. Mentre sul medio termine vanno usati i farmaci che si chiamano antidepressivi, che hanno un’indicazione forte soprattutto sulle manifestazioni ansiose come gli attacchi di panico, le fobie sociali e il disturbo ossessivo compulsivo». Proprio a causa della complessità di queste patologie e degli effetti collaterali dei trattamenti prolungati, la ricerca non può fermarsi. La scoperta pubblicata su Neuron si inserisce in un panorama scientifico in forte fermento. Secondo Balestrieri, lo studio «testimonia come vi sia ancora una grande necessità di ricerca sui meccanismi che sono alla base dell’ansia, della paura, degli attacchi di panico, delle fobie sociali, ecc.». La strada verso un farmaco definitivo per l’essere umano richiede ancora tempo, ma la mappa del nostro cervello ha da oggi un punto di partenza molto più preciso.