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 2026  luglio 14 Martedì calendario

Piero Pelù parla di sé stesso

Piero Pelù resta un soggetto misterioso al di fuori del recinto rock, almeno in quel genere di rock che lasciato libero oltrepassa i confini delle convenzioni e attira passioni, sorrisi o scandalo. In questi giorni il web registra un frammento del tour in corso in cui Piero fa roteare un lazo che porta appeso un ciuffo arancione, ben noto riferimento a Trump in tutti i meme della politica internazionale. È una delle tante provocazioni della sua carriera: questa estate ce lo fa ritrovare su un palco in uno dei tour più attesi da chi cerca musica e non campionature (stasera a Genova). È tornata a riunirsi la formazione originaria dei Litfiba, puri Anni ‘80 con il grande basso di Maroccolo che resuscita la vita del suo strumento, con Ghigo Renzulli, Antonio Aiazzi, Luca Martelli alla batteria. Il tour celebrativo di 17 Re, titolo d’una canzone mai uscita prima d’ora, girerà l’Italia fino a Ferragosto, per ricordare i 40 anni di un album che ha segnato una svolta nel rock italiano e nel piattume di oggi suona nuovo, intriso di elementi di post-punk, new wave, un po’ etno e un po’ dark. Insomma, il corridoio dei passi perduti e ritrovati in energia, gioia per ragazzi che popolano le date e trovano novità inattese e chissà quanto destinate a durare. Pelù è il demiurgo delle serate, si spende da quel giovane di 62 anni che è.
Ci spiega come le danno la ricarica, caro Pelù?
«Finché reggo... Ho due vertebre incrinate per i tuffi dal palco, intanto. Poi, dopo un incidente in studio, nel 2022, quando per un errore tecnico ho subito un grande choc e sono svenuto, ho l’acufene permanente e posso cantare solo con le cuffie, a volume 2 mentre gli altri usano il 7».
Lei non è nuovo alle provocazioni. Molti ricordano quel 1° Maggio 1993, quando in diretta tv infilò un preservativo sul microfono del povero Vincenzo Mollica, come minimo imbarazzato
«Venivamo dalla Francia dove ai concerti distribuivano i condom. L’Aids mieteva vittime, ho perso almeno 6 o 7 amici. Si offese Wojtyla che lo vietava, si offese anche Celentano. Io ho lo sberleffo dentro, non mi possono mettere grandi paletti. Ero perso nella lotta contro l’Aids e l’eroina e il crack che oggi sta tornando: non vede quante aggressioni per strada stanno avvenendo? Sono dovute all’abuso di crack. Bisogna parlarne, dietro i maranza ci sono le mafie, dobbiamo svegliarci».
Che significa che ha lo sberleffo dentro?
«Sono nato il 10 febbraio, a Carnevale. Sono sempre stato vestito da Arlecchino. Si ricorda di Alichino, uno dei diavoli che Dante incontra nell’Inferno? È uno sberleffo del mio DNA».
Com’è che nacque 17 Re e tutto l’album, mai uscito?
«Ebbe una gestazione veloce, fra l’85 e l’86. Andavamo in giro per l’Europa e scrivevo sul furgone. Eravamo giovani e ispirati, io avevo appena abbandonato lo studio di scienze politiche e il teatro. Ascoltavo Stravinsky e la musica etnica. Vennero fuori questi pezzi, era la fine della Trilogia delle Vittime del Potere. Il disco non fu capito o apprezzato, lo stiamo promuovendo adesso dopo 40 anni. Ma non vogliamo fare una celebrazione, non c’è niente di nostalgico: mi son tirato fuori una linea di racconto sceneggiata, per il palco. Vado a canovaccio, sono l’ultimo senza gobbo. L’emozione non ha bisogno di effetti speciali, la qualità della musica migliora di data in data. All’inizio di quest’avventura ci siamo ricordati che all’epoca non riuscivamo a suonarlo, era troppo complesso. Non abbiamo fatto molte prove, io mi rompo presto. Ho bisogno dell’adrenalina, data dopo data siamo sempre più affiatati; e comunque, così in giro non c’è niente. Il 17 novembre uscirà l’album dal vivo, il titolo 17 Re Live 1986-2026».
La sua vita dietro le quinte è sempre rimasta abbastanza misteriosa
«Sì perché sono come Brachetti, dietro le quinte ci sono i trucchi. Ho sempre odiato i gossip, sapere i fatti degli altri mi dà molto fastidio, amo stare lontano dai riflettori. Ma la mia vita privata è abbastanza complessa, ho tre figlie meravigliose e toste che si sanno far rispettare molto dagli uomini. Ho anche un nipote. È un attimo abituarsi a una soluzione di comodo, avendo tre figlie, d’altronde aderisco anche a Una nessuna centomila come a SOS Palestina per cui ho lavorato un anno e mezzo. Sono camperista, mi piace partire e andare: quanta bellezza c’è sempre da scoprire».
È un uomo felice, Piero Pelù?
«Sono contento di come mi vanno le cose, la felicità è più strutturata, sarei felice se la situazione mondiale non fosse terribile. La band si sta ricostruendo e fa piacere, ma non si può prescindere dal resto».
Cosa vuol fare da grande?
«La linea di Alichino è la più efficace. Voglio morire in piedi, non inginocchiato».