La Stampa, 14 luglio 2026
"I promessi sposi" tradotti in cinese grazie a un missionario piemontese
Per decenni si è creduto che la prima traduzione in cinese de I promessi sposi, pubblicata a Shanghai nel 1935, arrivasse dall’inglese e che non meritasse quindi particolare attenzione accademica. A ribaltare questa tesi è Qian Zhang, dottoranda cinese approdata all’Università di Torino nel 2019, con un articolo in uscita oggi sulla rivista semestrale Studi Piemontesi. Quello che emerge dagli studi di Zhang getta una luce completamente nuova sul testo: ad averlo tradotto, rigorosamente dalla versione italiana originale di Alessandro Manzoni, è stato il missionario valdese di Torre Pellice Alberto Giovanni Garnier.
«Ho studiato quella prima traduzione cinese con qualche dubbio rispetto al fatto che arrivasse dall’inglese. Nel mondo accademico si pensa che prima del 1949 in Cina nessuno conoscesse l’italiano abbastanza bene e che quindi tutte le traduzioni arrivassero dall’inglese, dal francese o al massimo dal giapponese», spiega Zhang.
I due traduttori che figurano sul volume sono A.J. Garnier e H.P. Feng. Di Feng non si sa assolutamente nulla; di Garnier, poiché lavorava per una società missionaria inglese, tutti hanno creduto che fosse inglese.
De I promessi sposi in Cina non si parla tanto: godono di traduzioni abbastanza frequenti – l’ultima risale al 2013, mentre l’anno scorso è uscita la ristampa di un’edizione del 1996, ma la loro conoscenza è riservata perlopiù agli accademici. Nonostante questo, Zhang, che a Manzoni e ai suoi scritti si è appassionata negli anni trascorsi a Torino, decide di impuntarsi e comincia a scavare nel passato alla ricerca di indizi. A catturarla maggiormente sono le illustrazioni. «Non si tratta di quelle originali di Francesco Gonin, ma di immagini provenienti da un adattamento cinematografico italiano del romanzo, accuratamente selezionate», racconta. Da lì parte una ricerca lunga un anno, che trova il suo carburante in una scoperta casuale o, come sottolinea Zhang, «guidata dal destino». La ricercatrice si imbatte infatti nel libro di un certo Tony Garnier, neozelandese, dal titolo Due tranquilli profeti di Torre Pellice, in cui si racconta la storia di Albert Garnier, nonno dell’autore, e dei suoi trent’anni di missione in Cina. Un semplice caso di omonimia? Le coincidenze sono troppo evidenti, così Zhang si mette in contatto con Tony Garnier e le si apre un mondo.
Albert John Garnier, ossia l’italianissimo Alberto Giovanni Garnier, nasce a Roma nel 1881 da genitori valdesi e, dopo la morte del padre nel 1886, con la mamma, due sorelle e un fratellino si trasferisce ad Angrogna nella casa “La Fornasa”. Vi rimane fino ai vent’anni e studia al collegio valdese di Torre Pellice. «Era un amante della letteratura. Ho avuto modo di vedere le sue vecchie pagelle e aveva ottimi voti. Era appassionato dei classici italiani e, in uno scritto autobiografico redatto nel 1936 a Shanghai, ricorda che già da studente recitava a memoria brani dei grandi autori come Dante e Petrarca», aggiunge Zhang.
Costretto a lasciare la scuola e a lavorare come apprendista in una fabbrica torinese di tende e lacci, si rincuora con gli incontri presso la missione battista, da cui nasce la vocazione che lo spinge a voler essere missionario in una terra lontana: la Cina. «Si trasferisce a Londra per la formazione teologica e poi parte per la sua missione in Cina», racconta Zhang, che di Garnier ha ripercorso i passi, alla ricerca dei luoghi da lui abitati. In Cina il missionario rimane per trent’anni, ed è a Shanghai che, con l’aiuto del suo assistente Feng Xuebing, traduce I promessi sposi, impiegando circa sei anni per riuscire infine a pubblicarli con una delle più note casa editrici d’allora, The Commercial Press. «Una traduzione ben realizzata, scorrevole e vicina alla lingua parlata», commenta Zhang. Non molto tempo dopo, Garnier torna in Inghilterra, dove si ricongiunge alla famiglia e dove morirà nel 1973.
«Era un uomo che non voleva farsi pubblicità, un vero piemontese. Ha scritto la parte più intima delle sue memorie, riguardante la sua vita in Italia, e l’ha lasciata nel cassetto della scrivania fino alla morte – sottolinea Zhang –. Ha tenuto una fitta corrispondenza di circa diciott’anni con suo nipote, in cui però, a quanto sembra, non parla mai di sé stesso né della sua vita in Cina. Per ricostruire la figura di questo traduttore piemontese ho dovuto confrontare i documenti conservati dai suoi familiari e le loro affermazioni con le testimonianze reperite negli archivi, sia a Torre Pellice sia all’estero. La sua vita si è rivelata un viaggio straordinario, proprio come quello di Renzo e Lucia in Cina: Alberto Garnier è un personaggio che merita di essere riscoperto».