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 2026  luglio 14 Martedì calendario

Tina Bialetti racconta la storia della Moka

A Omegna, a nord del lago d’Orta, c’è un corso d’acqua che taglia in due la città. Si chiama Nigoglia e scorre verso nord («all’insù», come dicono qui): è l’unico caso tra gli emissari dei grandi laghi prealpini. «Anche la gente di queste parti è così: controcorrente per natura», dice Tina Bialetti, 81 anni, scostando la tenda della finestra di casa, e la storia di Omegna non pare darle torto. Per decenni è stata la capitale del casalingo: qui sono nati marchi come Bialetti, Girmi, Lagostina e Alessi; e qui le storie imprenditoriali più fortunate sono spesso nate dall’incontro (e dallo scontro) tra generazioni. È accaduto anche a casa Bialetti: Alfonso inventò la Moka nel 1933; suo figlio Renato, il fratello di Tina, la trasformò invece nella macchina del caffè più diffusa al mondo, così riconoscibile da finire esposta al MoMA di New York. «Del resto – spiega lei, Tina, l’ultima testimone di quell’exploit industriale – per fare il caffè non basta la polvere dei chicchi e l’acqua. Serve anche il fuoco. E il fuoco, nella nostra storia, si è acceso grazie a due caratteri agli antipodi: quelli di mio padre Alfonso e di mio fratello Renato».
Come nacque l’intuizione della Moka?
«Da ragazzo, papà lavorava con mio nonno: vendeva timbri a fuoco per marchiare il bestiame. A ventidue anni, nel 1910, si stufò ed emigrò a Parigi. Lì imparò una tecnica che in Italia nessuno conosceva, la fusione in conchiglia. Tornò non lontano da qui e, tra mille difficoltà, aprì un’officina. Ma l’idea della Moka arrivò molto dopo, per caso: guardando mia madre Ada fare il bucato».
Cosa c’entra il bucato?
«Per lavare, mamma usava la lessiveuse, l’antenata della lavatrice: un mastello con un tubo al centro, che si riempiva di acqua, chiuso da un coperchio a cupola. Sotto quella cupola, si accendeva il fuoco: l’acqua, scaldandosi, saliva, quindi cadeva sui panni. Papà osservò mamma per ore, nascosto dietro a un muretto; quando lei se ne accorse, gli disse: ‘‘Ti ti se mat, Bialett!’’ (‘‘Tu sei matto, Bialetti!"). Ci lavorò per mesi. Ma la Moka rimase un’invenzione semisconosciuta».
Come mai?
«Ne faceva pochissime, quasi fosse geloso della sua invenzione, e le trattava come un’opera d’arte, regalandole ai vicini, ai parenti, agli amici».
Fu Renato, suo fratello, a imprimere la svolta: cosa capì che suo padre non aveva intuito?
«Che non bastava inventare un oggetto, bisognava anche raccontarlo. Sa perché si dice che ci cibiamo perlopiù di uova di galline e non di quelle, gustosissime, delle anatre? Perché le galline, fatto l’uovo, fanno coccodè; le anatre, invece, no: sono silenziose».
Suo fratello, invece, si fece sentire. E il suo racconto cominciò proprio dal nome. Perché Moka Express?
«Moka è una città dello Yemen, famosa proprio per il caffè; Express serviva invece per imprimere velocità e modernità. Renato diceva che doveva sembrare un treno lanciato nel futuro. Papà lo guardava stupito: “La caffettiera non fischia, borbotta”. E Renato: “Appunto. Tu con chi faresti colazione, con uno che fischietta o con uno che borbotta?"».
Trovato il nome, però, serviva comunicarlo.
«E per questo, nel 1956, alla Fiera campionaria di Milano, Renato comprò tutti gli spazi pubblicitari del viale che porta ai padiglioni: duemila metri tappezzati di Moka Express. “Lei vende caffettiere, ha fatto bene i conti?”, gli chiese al telefono il presidente della Fiera».
Renato non si fermò lì. Per renderla riconoscibile inventò anche un personaggio reso celebre dal Carosello: l’omino coi baffi, gli stessi di suo fratello.
«L’idea in realtà nacque da uno dei più grandi disegnatori italiani, Paul Campani. Quando mio fratello gli chiese di disegnare il logo, l’altro replicò: “Bialetti, lei è un buffo omino coi baffi!”. E lui, di rimando: “Esatto, sulla mia Moka devo starci io!».
Sapeva convincere i suoi interlocutori?
«Era una delle sue qualità. All’inizio degli anni ’50 invitò all’Hôtel de Paris di Montecarlo due clienti francesi per persuaderli a firmare un contratto. Poco dopo vide entrare Aristotele Onassis: lo seguì in bagno e gli chiese, in italiano, di fargli un saluto quando fosse passato dal tavolo».
E Onassis?
«Non credo che capì una parola, ma in quella manciata di secondi lo prese in simpatia: così, quando rientrò in sala, gli toccò la spalla, dicendo: "Hello, Bialetti!”. E lui, senza guardarlo: “Arì, adesso sto lavorando, ci vediamo dopo cena”. I francesi rimasero di stucco: firmarono subito e peraltro Onassis pagò pure il conto per tutti. Quella capacità di comunicare contribuì a cambiare il destino dell’azienda».
Alla Bialetti, negli anni Settanta, c’erano settecentocinquanta operai.
«Dalla fornace di Crusinallo, a due passi da qui, usciva una caffettiera ogni quattro secondi e veniva spedita in tutto il mondo».
Com’era la fabbrica?
«Grande – a quell’epoca, la più grande del settore al mondo – e colorata. Ogni tubo aveva una tinta diversa: blu per l’elettricità, marrone per la nafta, celeste per il metano. E poi era pulita: gli operai che ci lavoravano dicevano che si sarebbe potuto mangiare per terra».
Lei ci lavorò mai?
«Mai. Dopo la morte di mio padre, Renato cercò di convincermi, ma volevo fare altro: insegnare. Gli risposi che l’unica caffettiera che avevo fuso era quella che avevo dimenticato sul fornello e diventai maestra elementare, come mia nonna. Non me ne sono pentita: insegnare è stata un’esperienza meravigliosa».
Nel 1986 suo fratello decise di vendere tutto. Perché?
«Si era stancato. Diceva: “Non voglio arrendermi all’andazzo dell’industria italiana, diventata un gregge di pecore. Io sono un randagio”. Cedette lo stabilimento e i macchinari. Senza chiedere un centesimo di royalties sulle caffettiere che si sarebbero fatte da lì in avanti con il suo nome sopra».
Bialetti ha cambiato più volte proprietà: oggi è in mani cinesi.
«Le aziende passano di mano, è sempre successo. Ciò che mi fa male è vedere la vecchia fabbrica di Crusinallo in rovina. Era splendida, tutta in vetro e cemento; oggi non è rimasto niente: solo polvere e calcinacci».