repubblica.it, 14 luglio 2026
Dagli Usa al Giappone imperversa l’anello di divorzio
“All the single ladies, now put your hands up”. Quando Beyoncé trasformò quel ritornello in un manifesto pop dell’indipendenza femminile, difficilmente immaginava che, quasi vent’anni dopo, avrebbe trovato un corrispettivo anche nelle vetrine dell’alta gioielleria. Perché, se una volta c’era la fede nuziale, simbolo di una promessa destinata a durare per sempre, oggi prende piede il suo contraltare: l’anello del divorzio. Che non celebra la rottura in sé, ma racconta la possibilità di ricominciare. È il segno dei tempi. Prima il sogno era il “vissero felici e contenti”, oggi al finale da fiaba non ci crede quasi più nessuno. Eccezion fatta per Sal Da Vinci, si intende.
Nato negli Stati Uniti come fenomeno di nicchia e rilanciato da celebrities e social network, il trend sta attraversando l’Atlantico e arriva fino al Giappone, alla Francia e alla Spagna, dove giornali e riviste di costume lo raccontano come uno dei simboli più sorprendenti della nuova cultura post-matrimoniale. L’idea è semplice: invece di lasciare la fede o l’anello di fidanzamento chiusi in un cassetto o venderli, sempre più donne scelgono di trasformarlo. Il diamante viene smontato e rimontato in un nuovo anello, spesso dal design contemporaneo, oppure diventa un pendente, un orecchino o un gioiello completamente diverso. La pietra resta la stessa, cambia il significato: non più memoria di una promessa infranta, ma simbolo di una nuova fase della vita.
A rendere ancora più forte il messaggio è la scelta di dove indossarlo, l’anello spesso abbandona l’anulare e viene portato sul dito medio. Un vaffa neanche troppo velato alla vecchia idea secondo cui una donna dovrebbe misurare la propria realizzazione attraverso un matrimonio riuscito. La prima che ha dato visibilità internazionale alla tendenza è stata la modella Emily Ratajkowski, che dopo il divorzio ha fatto ridisegnare il solitario trasformandolo in due gioielli distinti.
Le immagini hanno fatto il giro del mondo e, nel giro di pochi mesi, numerosi laboratori di alta gioielleria hanno raccontato un’impennata di richieste per progetti analoghi. Se fino a poco tempo fa il restyling dei gioielli di famiglia era una pratica quasi esclusivamente conservativa, oggi diventa un gesto identitario. Ma il cambiamento è soprattutto culturale. Per decenni il divorzio è stato accompagnato da un linguaggio fatto di discrezione, quando non di vergogna. L’anello del divorzio ribalta questa narrazione: non cancella il passato, ma lo rielabora. È un rito personale che sostituisce il silenzio con un segno visibile, quasi un modo per appropriarsi nuovamente della propria storia.
Nel Regno Unito il dibattito è uscito dalle pagine dedicate al lusso per entrare nelle cronache di costume. Tra le millennials spopolano i “divorce ring parties”, incontri in boutique dove, tra calici di champagne e consulenze con designer e avvocati divorzisti, le donne scelgono come reinventare il proprio gioiello. In Giappone il fenomeno viene letto attraverso una lente diversa. Si parladi “rikon yubiwa”, il remake dei gioielli matrimoniali si inserisce infatti in una cultura che attribuisce grande valore alla cura degli oggetti. Non distruggere, ma dare una nuova forma: una filosofia che ricorda l’arte del Kintsugi, l’antica tecnica per riparare vasi e altri oggetti con l’oro. Un modo per non nascondere le crepe, trasformando fratture e tagli in un’opera d’arte unica.
In Italia siamo ancora agli inizi e l’anello del divorzio resta un prodotto di nicchia. Sono poche le gioiellerie che lo propongono come categoria autonoma: a Bologna, per esempio, si trova già qualche proposta dedicata, con prezzi intorno ai mille euro. Più diffusa, però, è l’idea della trasformazione del gioiello esistente: ridare vita alla fede o al diamante ricevuto durante il matrimonio invece di conservarlo come ricordo di una storia finita.
Naturalmente non mancano le critiche. Per alcuni il rischio è quello di trasformare anche il divorzio nell’ennesima occasione di consumo, con il mercato del lusso pronto a intercettare un nuovo momento della vita da monetizzare. Non a caso le grandi maison e i designer indipendenti propongono ormai collezioni dedicate, mentre il lessico del marketing sostituisce parole come “separazione” con espressioni come “empowerment ring” o “new beginning jewellery”. Eppure il successo dell’anello del divorzio racconta qualcosa che va oltre la moda. Rivela il bisogno contemporaneo di costruire nuovi rituali per segnare i passaggi dell’esistenza che un tempo non esistevano, ma oggi sì. E, forse, per fortuna.