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 2026  luglio 14 Martedì calendario

Intervista a Fabrizio Poggi

Quella notte, al Madison Square Garden di New York, c’erano tutti. Beyoncè seduta accanto a Elton John, Lady Gaga che scherzava con Bono degli U2, Tony Bennet che strizzava l’occhio a Jay-Z e Bruno Mars. Ai Grammy Awards del 2018, gli Oscar della musica, il presentatore stava leggendo la classifica dei migliori album di blues tradizionale. A contendersi lo scettro erano rimasti solo in due: i Rolling Stones di Mick Jagger e un italiano che dalle nostre parti conoscono in pochi ma negli States è considerato una leggenda. Fabrizio Poggi, armonicista di Voghera che nella sua lunga carriera ha suonato con tutti i più grandi della musica nera, quasi non ci credeva: «Possibile che io fossi lì a sfidare la band che ha segnato la mia adolescenza e mi ha spinto a fare questo lavoro? Era come gareggiare contro il mio papà» racconta Poggi, che proprio qualche giorno fa ha ottenuto un altro grande riconoscimento: una “voce” nell’enciclopedia Treccani, privilegio riservato a pochi. «Specialmente se fai blues, che resta una musica di nicchia anche se poi ai concerti viene sempre tantissima gente».
Quella volta vinsero gli Stones, ma una serata del genere non si dimentica…
«Sembra incredibile, Mick e i suoi compagni non avevano mai preso un Grammy per un disco. Peccato che al Madison non si presentarono, credo ci fossero rimasti male perché non erano stati inseriti tra i gruppi che si sarebbero esibiti dal vivo. Però c’erano un sacco di artisti famosi in tutto il mondo. E poi io, timido armonicista di Voghera. Incredibile, no?».
Dall’Oltrepò pavese alla Grande Mela. Come è stato possibile?
«Ero un ragazzino con tanti problemi, uno di quelli presi di mira dai bulli, per intenderci. In più a scuola andavo malissimo, non so nemmeno come abbia fatto a prendere la terza media. A 14 anni mi sono innamorato della chitarra, ho messo su un gruppo con gli amici, l’armonica la strimpellavo quando facevamo i pezzi di Bob Dylan e Neil Young, i miei miti. Lavoravo in una fabbrica di vetro e un giorno successe il fattaccio: una scheggia che ha reciso il tendine del pollice. In poche parole, addio chitarra».
Passare all’armonica fu inevitabile, ma quell’incidente, paradossalmente, le ha cambiato la vita.
«Oggi lo posso dire, ma quando mi tagliai fu un dramma. A 27 anni mi misi a studiare lo strumento, a volte mi svegliavo pure di notte per provare nuove note. L’armonica era diventata la mia ossessione. Una fantastica ossessione, però».
Tanto da approdare negli Usa per suonare con tutti i più grandi e registrare i suoi primi album.
«Sì, è andata proprio così. Sono stato sul palco con tutti quelli che ascoltavo da ragazzo, la band di Dylan, i Blind Boys of Alabama, Otis Taylor e la Blues Brothers Band. Ma la soddisfazione più grande è arrivata una sera nel Mississippi, in uno dei locali dove è nato il blues. Alla fine dello spettacolo, mentre bevevo una birra al bar, si avvicina un’anziana signora nera: “Hey man, mi hai toccato il cuore”. Cosa potevo chiedere di più?».
Però, a un certo punto, la luce si è spenta. Per un paio di anni è uscito di scena, quel male oscuro che si chiama depressione l’ha fatta precipitare in un buco nero.
«Ero a un bivio. In Italia non avevo le gratificazioni che ottenevo all’estero, ma non volevo lasciare la mia casa, i miei affetti, tutto quello che da sempre ha rappresentato la mia vita. Ho pensato anche di smettere, poi il blues mi ha salvato. Per me è stata una medicina, la guarigione. E poi, certo, devo tutto ad Angelina, mia moglie. Senza di lei non ce l’avrei mai fatta».
Dopo la depressione ha inciso un album dal titolo “Healing Blues”, ovvero il blues che cura. Una dichiarazione d’amore.
«Questa musica è nata dalle zolle dei campi di cotone del Mississippi per guarire l’anima della gente. Non so se faccia lo stesso effetto a tutti, a me sicuramente ha restituito la voglia di vivere e di tornare a girare il mondo. Il blues è rabbia, dolcezza, disperazione e tenerezza. Non è una legge o una religione ma qualcosa che appartiene all’intimo dell’essere umano: alla passione. E siccome la passione è qualcosa che sta dentro al cuore di ognuno di noi, non ha regole né si può spiegare».
Due anni fa è diventato anche Cavaliere della Repubblica…
«E chi se l’aspettava? Io, un bluesman, mica come quel cantante che porta 250mila ragazzi a un concerto. Mi hanno detto che il presidente Mattarella era rimasto colpito dal mio spettacolo sulla musica e i diritti umani, incuriosito dal legame tra il sound degli schiavi dei campi di cotone, i canti popolari delle mondine, quelli degli emigranti e lo spirito di dolore e speranze delle worksongs americane. Non so se sia andata così, però la vita mi ha regalato anche questo. Magari è proprio vero, come ripeto spesso, che l’ottavo giorno Dio creò il blues».
Dan Akroyd, Elwood dei Blues Brothers, dice che lei è “uno straordinario armonicista”. Ha collaborato con il mitico Ry Cooder, l’inventore dei Buena Vista Social Club. Qualche tempo fa ha pubblicato la sua autobiografia. Che altro può chiedere alla vita?
«Davvero nulla, ho ottenuto infinitamente molto di più di quello che avrei immaginato. Quel libro scritto con Serena Simula si intitola Believe, credere. E io ci ho sempre creduto. Molti dei miei eroi musicisti, gli angeli perduti del Mississippi, il treno della vita l’hanno perso e ripreso molte volte. Ed è un po’ quello che ho fatto io, senza rimorsi né rimpianti. Ho sempre pensato che la vita non abbia alcun senso se non serve ad aiutare gli altri. Io ho cercato di farlo con la musica. Continuerò finché avrò la forza di farlo».