corriere.it, 14 luglio 2026
Beatrice Venezi, nuovo sfogo in diretta
Usata e abbandonata. Mobbizzata e licenziata. Elogiata e isolata. Lunedì la direttrice d’orchestra Beatrice Venezi si è raccontata nel podcast «Sette Vite» di Hoara Borselli, conduttrice e giornalista politicamente vicina alla destra, in cui l’intervistatrice ha chiesto conto a Venezi di cos’era successo alla Fenice. A quel punto la pianista lucchese di 36 anni ha dato nel dettaglio la sua versione. Alla fine ha concluso dicendo di sentirsi delusa e amareggiata. Ha ribadito la sua volontà di fare giustizia sulla vicenda dal punto di vista legale e constatato che la Fenice ha perso un’occasione, quella di modernizzarsi, pur di mantenere lo status quo.
Le parole contro il Sovrintendente
Andando per ordine. Il primo sotto attacco è stato il sovrintendente Nicola Colabianchi, reo di non aver parlato con l’orchestra e il coro del suo arrivo, di non aver preso provvedimenti quando le maestranze dal palco leggevano comunicati contro di lei e di non averle comunicato mediante una chiamata il licenziamento, fosse anche per dirle che non avrebbe dovuto accusare la Fenice di nepotismo a La Nacion, parole che ieri Venezi ha detto che sono state male interpretate. «La mia intervista è stato solo il pretesto che hanno voluto usare per licenziarmi», ha detto. Più in generale Venezi ha raccontato di essere stata usata e poi abbandonata prima dalla politica che ha messo il cappello su un’artista (lei) solo per la necessità di avere una faccia che non c’era nella cultura («La Fondazione aveva bisogno di presentare una faccia nuova, avevano scelto la mia, ma sono stata usata») e poi, nello specifico, anche da Alessandro Giuli («Da quel che mi riferiscono, ma specifico che non ne ho le prove, pare che il comunicato del mio licenziamento sia partito dal ministero e non direttamente dalla Fenice»).
Le accuse al ministro Giuli
Il ministro, secondo Venezi, non avrebbe gradito l’esplicito appoggio della direttrice d’orchestra al presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco per la questione Padiglione Russia alla Biennale di Venezia e non l’avrebbe più difesa, né avrebbe chiesto spiegazioni a Colabianchi sulla deriva che stava prendendo la situazione alla Fenice. «Non ho avuto alcuna forma di tutela da parte della Fondazione, ma anche il ministero non è mai intervenuto nei miei confronti – ha detto – Se fossi stato il ministro mi sarei mosso in qualche modo per capire che stava succedendo a Venezia, invece in sette mesi il ministro non ci ha mai messo la faccia e io non l’ho mai sentito».
La gogna mediatica
Stando alla direttrice la gogna mediatica subita ha raggiunto picchi di un centinaio di articoli al giorno: «Mi sembra giusto che chi si macchia di certe colpe debba pagare, e ciò vale anche per la politica». Venezi ha dichiarato che se fosse stata di sinistra non sarebbe stata attaccata. «Tutti mi dicevano di resistere, anche il sindaco, salvo poi essere lasciata sola», racconta la direttrice Venezi che poi ha rivelato di non aver più risposto «apposta» alle telefonate di solidarietà una volta licenziata «perché era troppo tardi». Alla domanda sul contratto – la Fenice più volte ha spiegato che avrebbe firmato un giorno prima del suo inizio – Venezi non solo ha confermato che è stato ratificato dal cda della Fondazione, ma ha anche aggiunto: «Se non ci fosse stato un contratto perché Colabianchi non lo avrebbe detto subito chiudendo tutta questa storia? Io da cittadina credo nella buonafede di un’istituzione altrimenti che cos’è, una truffa?».