Corriere della Sera, 14 luglio 2026
Intervista ad Anastasia Bartoli
Pelle d’alabastro, occhi bistrati, labbra carminio, lunghi capelli neri. Come gli occhi e tutto quello che ama indossare, dalle giacche di pelle borchiate ai corsetti e ai choker vittoriani, ideali per metter in risalto braccia e spalle istoriate di tatuaggi. La dark lady della lirica è senza dubbio lei, Anastasia Bartoli, 33 anni, voce tra le più richieste, dal 17 luglio allo Sferisterio di Macerata come Abigaille nel Nabucco diretto da Fabrizio Maria Carminati, titolo d’apertura della 62ma stagione dell’Opera Festival.
Look inedito per una soprano, più che a Verdi fa pensare ai Metallica.
«Ed è così, il metal è un mio grande amore, e il gothic un retaggio dell’adolescenza. Segnata dalle musiche tenebrose dei System of a Down», confessa senza tema di far sobbalzare i melomani.
Rispetto alla lirica un altro mondo. Come concilia generi così diversi?
«A ben conoscerli non sono tanto lontani. Il Metal attinge molto alla sinfonica. I Rhapsody of Fire, altro gruppo che seguo, usano strumenti come il clavicembalo o l’organo, citano il mondo barocco da Hendel a Vivaldi a Bach. Il metal è l’espressione più moderna della classica. E il mio sogno è cantare un giorno un’opera metal».
Nel frattempo le tocca Nabucco con Abigaille, personaggio tra i più dark della lirica.
«L’ho già incontrata due volte, al Petruzzelli di Bari e alla Staatsoper di Berlino, ma mi sorprende sempre. Qui a Macerata, il regista Paul-Émile Fourny ha trasposto la vicenda in un futuro post apocalittico alla Mad Max. Su questo sfondo tribale Abigaille svela il suo lato più animalesco, l’amore per Ismaele si fa quanto mai carnale. Ci prova in ogni modo, ma non funziona, lui è innamorato della sua sorellastra, Fenena, che lei tenta di far fuori. Alla fine sarà Abigaille a morire, invocando il perdono con un’aria bellissima».
Quanto ha contato nell’aver scelto la carriera lirica l’esempio di sua madre, Cecilia Gasdia, soprano di gran fama e ora sovrintendente dell’Arena di Verona?
«Mia madre mi cantava le sue arie già quand’ero in fasce, mi portava con sé nei teatri. Ho passato l’infanzia dietro le quinte a scoprire come nasce la magia della musica. A 23 anni le ho chiesto: insegnami a cantare. Sì, ha risposto, ma se non hai le doti necessarie ci fermiamo subito».
E quali sono le doti necessarie?
«La voce certo. Ma non basta. Occorre una determinazione fuori del comune. La lirica è un mestiere per atleti, devi studiare ogni giorno, tenere le corde vocali allenate, il fisico in perfetta forma. Uno strapazzo, un malanno, e salta tutto. L’opera richiede dedizione assoluta, non lascia spazio a nient’altro. Per questo penso a un cammino parallelo, lirica e metal. Marina Viotti, mezzosoprano anche lei appassionata di metal, riesce a destreggiarsi tra i due mondi. Vorrei farlo anch’io».
La rinuncia che più le è costata?
«Buttarmi dall’aereo. Per cinque anni ho praticato il paracadutismo acrobatico. Vivendo a Verona frequentavo l’aeroclub, una passione di famiglia visto che mia madre ha il brevetto di pilota. Il primo lancio in tandem con l’istruttore, poi da sola: da 4.000 metri si vola per 3.000 in caduta libera. Un minuto di libertà totale per volteggi e evoluzioni. Poi si apre il paracadute».
Quel tuffo da 4.000 metri deve fare un certo effetto...
«Quando si spalanca il portellone, il “ma chi me lo fa fare” ti passa per la mente. Ma lo stesso succede quando stai per entrare in scena. In entrambi in casi un salto nel vuoto, una botta di adrenalina. Però volare mi manca moltissimo».
Prossimo salto nel vuoto?
«Il prossimo maggio alla Scala sarò la Lady nel Macbeth. Chung sul podio, regia di Barry Kosky, Luca Salsi nel ruolo del titolo. Non avrei potuto sperare in un debutto migliore. Due anni fa a Vienna ho cantato proprio in questo spettacolo, tutto nero con un cono di luce che segue la coppia perversa. Tra tutte le eroine dell’opera la Lady resta la mia preferita. Più dark di lei...».
E all’Arena di Verona, quando la vedremo?
«Quando mia madre andrà in pensione. Cantare con lei sovrintendente mi sembrerebbe fuori luogo. Essere la figlia della Gasdia mi è costato molto. Tante cattiverie e le malignità che però mi hanno permesso di costruirmi una bella corazza».
Oltre a Gasdia, a dar adito a equivoci c’è anche un’altra Cecilia, la Bartoli.
«Bartoli è il cognome di mio padre, che fa il dentista. Nessuna parentela. Ma certo, lo scherzo del destino per me si chiama Cecilia».
Il suo sogno di felicità?
«Una baita in montagna lontana da tutti, dove fuggire con il mio compagno e i miei due gatti. Un silenzio tutto per noi, per ascoltare tutta la musica che ci piace».