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 2026  luglio 14 Martedì calendario

Intervista a Mario Boselli

Mario Boselli, 85 anni, imprenditore e dirigente d’azienda, presidente della Fondazione Italia Cina e presidente onorario della Camera Nazionale della Moda italiana. Quante volte prende l’aereo per la Cina?
«In passato da 4 a 6 volte all’anno, con permanenze anche molto brevi: una notte di viaggio all’andata, due notti a terra in Cina e il ritorno. Oggi ci vado con un ritmo diverso
: si parte, si rimane dieci giorni e ci si sposta nel Paese. È un approccio più saggio».
Da dove ha iniziato?
«Sono la dodicesima generazione di una famiglia attiva nel campo della seta e nel tessile. Ho cominciato nell’agosto del 1959 nella Carlo Boselli di Garbagnate Monastero, fondata nel 1586».
Facendo due calcoli, è entrato in azienda  a 18 anni.
«Mio padre, un imprenditore visionario, non è stato bene e mi ha chiesto di occuparmi dell’azienda. All’epoca  si diventava maggiorenni a 21 anni; quindi il tribunale mi ha concesso l’emancipazione. Così non sono andato all’università: sono l’unico in famiglia, tra moglie, figli e nipoti».
I dipendenti le davano retta?
«Sì, perché ero serio. Quando è mancato mio padre avevo due famiglie sulle spalle: la mia – che nel frattempo mi ero sposato – e quella di mia madre. Tra gli anni Sessanta e il nuovo millennio ho dato una spinta importante allo sviluppo dell’azienda. Poi nel 2005, dopo 40 anni, ho scelto di dedicarmi a nuovi incarichi».  
Leggo dal curriculum che ne ricopre 12: workaholic?

«Piuttosto appassionato».
È un collezionista di medaglie: è cavaliere del Lavoro dal 1990 ed è stato insignito dell’onorificenza di Commandeur de l’Ordre National de la Légion d’honneur.
«Ne sono onorato».
La famiglia.
«Sono sposato con Luisa  dal 1963 e abbiamo avuto tre figli: Carlo imprenditore, Federico ingegnere. Ed Elisabetta farmacista, come sua madre e i suoi nonni».
Come è entrato nel mondo istituzionale della moda?
«Quando Santo Versace è diventato presidente della Camera della Moda ha voluto che fra i quattro vicepresidenti  ci fossi anche io. Nel novembre del 1999 ha lasciato ed io ero il più senior: sono stato nominato presidente pro tempore. Alla fine sono stato eletto per 5 mandati consecutivi»
È stato il più longevo dei presidenti?
«Per ora sì, anche se Carlo Capasa, che è stato appena rieletto può superarmi: è lì dal 2015 ed è bravissimo. All’inizio era un po’ intimorito, ma ha trovato presto la sua voce».
Lei è stato presidente della Camera negli anni d’oro.
«Gli stilisti c’erano tutti. Una foto che rappresenta l’epoca è quella celebre con il Duomo sullo sfondo. C’erano Laura Biagiotti, Mario Valentino, Gianni Versace, Krizia, Paola Fendi, Valentino Garavani, Gianfranco Ferré, Mila Schön, Giorgio Armani, Ottavio Missoni, Moschino e Luciano Soprani. Mancavano solo Albini, Prada e i Dolce&Gabbana».
Il preferito.
«Ho avuto la fortuna di lavorare con Giorgio Armani anche con la mia azienda, che lo riforniva dei tessuti a maglia.  Una signorilità rara, direi unica. Nel frattempo si facevano strada Dolce & Gabbana: Domenico veniva a scegliere i tessuti per la sua collezione».
Avrebbe scommesso su quel duo?
«Era difficile prevedere chi avrebbe sfondato. Come presidente mi sono occupato di giovani con progetti come Fashion Incubator e Next Generation, ma non c’è stato il modo di accompagnarli tutti verso il successo: la moda resta selettiva».
Che segno ha lasciato?
«Di uno che ha tirato dritto. Mi ricorderò sempre la storia di Anna Wintour: voleva  trasformare la Milano Fashion Week in  un “lungo weekend”, come disse, per  favorire l’America. Era quasi riuscita a convincere tutti gli stilisti: abbiamo sempre sofferto un po’ di provincialismo rispetto agli Stati Uniti. Anche una signora della moda aveva detto di sì...».
Che parole ha usato per convincerli?
«Che ne andava del loro onore e del loro business. Non bisognava dimenticare la forza delle aziende e il contributo che davano con la loro pubblicità a Vogue. In una riunione – a cui hanno partecipato tutti i capi azienda, cosa per nulla usuale – ho chiesto di reagire, con un calendario blindato e nomi irrinunciabili in apertura e in chiusura. È nata lì l’idea di far sfilare Armani alla fine».
Ha salvato la settimana della moda milanese?
«In quella circostanza penso di sì. Franca Sozzani era una straordinaria professionista, ma i condizionamenti della capogruppo avevano il loro effetto. Era una donna di potere, ma non poteva opporsi».
La figura di Franca Sozzani è stata mai sostituita?
«In parte no, perché è cambiata la figura di certi giornalisti. Ma quelli che hanno coraggio, che hanno un’opinione e non hanno paura di esprimerla, contano ancora».
Che legame ha con la Cina?
«Ci sono andato per la prima volta nel 1978, alla ricerca della seta migliore: ho trovato decine di milioni di persone che morivano di fame. Già dagli anni ‘60 il senatore Vittorino Colombo si era impegnato per rafforzare i rapporti tra i due Paesi, con politici dell’Occidente perplessi. Nessuno poteva immaginare cosa sarebbe diventata».
Da conoscitore della Cina come ha ricostruito l’«epic fail» di Dolce Gabbana?
«C’è un riferimento culturale che all’epoca non fu colto appieno: la metafora delle bacchette. Una rappresentazione perfetta del popolo cinese e dell’unità del Paese. “Una singola è facile da spezzare, un fascio resiste a tutto”. In quella pubblicità è stato toccato un simbolo fortemente identitario per la Cina. Oggi il marchio è sotto la guida di un uomo di grande valore, Alfonso Dolce».
Un’altra coppia della moda: Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti.
«Valentino è stato un talento straordinario, ma alcuni suoi vezzi non li apprezzavo. Tipo il fatto di parlare solo in francese e di essere andato a sfilare a Parigi».
Gianni Versace.
«Ho avuto l’onore di creare insieme a lui qualcosa che non esisteva: il tessuto dévoré “Africa” in cui un sottile filo di nylon veniva accoppiato ad un filo di viscosa e poi trattato per ottenere le sue famose trasparenze. Era un genio con la capacità di andare oltre».
È stato l’alfiere delle supermodelle.
«Venne indetta una riunione per mettere un limite ai cachet delle top model. Ma Gianni, che le idolatrava, non rispettò i limiti dell’accordo. E Armani si infuriò così tanto da lasciare la Camera della Moda. C’è voluto del bello e del buono per farlo tornare: un anno di corteggiamento».

Milano è ancora la capitale della moda?
«Milano e resta la capitale del prêt-à-porter di alta gamma, quel bello e ben fatto italiano. La settimana della moda maschile si indebolita perché, salvo le aziende che producono solo menswear, quelle che presentano sia collezioni uomo che donna hanno deciso, per contenere i costi, di sfilare insieme»
Cosa ne pensa dei gruppi del lusso che fanno shopping di marchi in Italia?
«Se guardiamo le statistiche, ci sono dati impressionanti: le aziende che sono state acquisite dai francesi, a distanza di dieci anni, hanno registrato performance migliori in termini di profittabilità e di quota di mercato rispetto a quelle che sono rimaste italiane. Il motivo? Hanno una visione aggregante e non campanilistica. In questo momento, in Italia, chi funziona bene è Renzo Rosso».
Una giovane promessa?
«Lorenzo Bertelli: sta sommando il meglio dei genitori e ha preso il senso degli affari di suo padre Patrizio, che interpreta con grande equilibrio».
La saga Del Vecchio.
«Posso dire che apprezzo molto Francesco Milleri. Su Leonardo non ho un’opinione».
Progetti per il futuro?
«Trovo gratificante parlare di futuro alla mia età. Il mio sogno rimane di consolidare il rapporto tra Italia e Cina».
Il segreto della longevità?
«Bisogna stare abbastanza bene di salute. Ma penso che la cosa più importante siano i rapporti umani: discutere, scambiare idee, incontrare persone simpatiche. Se ne ricava una bella linfa».
Qualche vizio?
«Due bicchieri di vino a pasto. Inizio con un bianco e concludo con il rosso, per rimettere a posto lo stomaco»
Fa sport?
«Ogni mattina dedico 40 minuti a una specie di zumba. Da solo. Un giorno alla settimana viene un ragazzo che mi aiuta a ripassare gli esercizi».