Corriere della Sera, 14 luglio 2026
La politica estera, maledizione della sinistra
Campo Lavrov o Campo Nato? La Russia è una minaccia per l’Europa, oppure l’Europa che si riarma è una minaccia per la pace? Questo (piccolo) dettaglio di politica estera divide sempre più apertamente l’alleanza delle opposizioni, che aspira a governare l’Italia tra un anno.
E non è affatto detto che prima del voto conosceremo la soluzione del dilemma shakespeariano. In caso di vittoria del campo di Conte-Schlein, auguriamo perciò al futuro ministro degli Esteri di non finire come Massimo D’Alema nel 2007.
E sì che era «il Migliore». Quando si presentò al Senato nel febbraio di vent’anni fa, l’allora titolare della Farnesina in nome e per conto del governo di Prodi era sicuro che con la sua autorità (in fin dei conti era andato a braccetto con Hezbollah e aveva difeso il ruolo politico di Hamas) avrebbe messo in riga la sinistra-sinistra della maggioranza, indignata per la decisione degli «atlantisti» Prodi e Parisi di concedere un ampliamento della base americana di Vicenza; e placato il dissenso sul proseguimento della missione militare italiana di peacekeeping in Afghanistan. D’Alema uscì invece sconfitto per due voti. La sera stessa il premier Romano Prodi si recò al Quirinale a presentare le dimissioni.
Quella volta Prodi rimase in sella. Ma solo per cadere un anno dopo. La fine gliel’aveva del resto già annunciata l’«alleato» Fausto Bertinotti, dallo scranno di presidente della Camera dei deputati e leader indiscusso del suo partito della Rifondazione comunista, definendo Prodi «il più grande poeta morente». Per vincere le elezioni (l’unico che ci sia riuscito per il centrosinistra in trent’anni di Seconda Repubblica) il premier aveva messo in piedi l’Unione che, come il Campo largo di oggi, tutto era tranne che unita: un’alleanza che andava, per dirla con Jovanotti, da Che Guevara a Madre Teresa, oppure, fuor di metafora, da Clemente Mastella al mitico Turigliatto, comunista impenitente e leader del partito di Sinistra Anticapitalista. La navigazione parlamentare fu procellosa fin dal primo giorno, anche a causa della risicatissima maggioranza al Senato. Il Titanic affondò sulla politica estera.
La quale c’entrava anche dieci anni prima, ai tempi del primo calvario con crocifissione del Professore, anche lì abbattuto dal fuoco amico della sinistra dura e pura, anti Nato e anti Usa e antifa ante litteram. In quel caso Bertinotti gli ritirò i voti sulla missione militare italiana (umanitaria) in Albania nel 1997, e ci volle il voto di Forza Italia e di Berlusconi per farla partire, con il suo soccorso dall’opposizione. E poi di nuovo, l’anno dopo, sull’allargamento della Nato a Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca (come vedete, la storia politica italiana è tutta fatta di corsi e ricorsi). Allora ci pensò Francesco Cossiga, che nel frattempo aveva messo su un suo partito, l’Udr, con pezzi sparsi del Parlamento da lui generosamente definiti «gli straccioni di Valmy», a salvare la dignità nazionale, il rispetto degli impegni assunti e con essi il governo, votando al posto dei dissidenti di sinistra. Operazione che condusse alle estreme conseguenze alla fine del 1998: quando Bertinotti fece collassare il governo Prodi, Cossiga lanciò D’Alema premier in vista dell’imminente guerra della Nato a Milosevic. E infatti, l’ex leader comunista condusse la campagna militare da Palazzo Chigi, mettendo a disposizioni basi aeree e voli militari per il bombardamento della Jugoslavia; nonostante non ci fosse quel mandato Onu che oggi il Campo largo invoca per qualsiasi operazione l’Italia voglia intraprendere, ben sapendo che non ci sarà mai per il veto della Russia.
Il fatto è che, oggi come allora, c’è una sinistra che considera la politica estera il test estremo di purezza e fedeltà agli ideali di un tempo, quelli antioccidentali e antiamericani. Senza andare troppo indietro negli anni, perfino Berlinguer, per divincolarsi dalle maggioranze di unità nazionale con la Dc dopo l’uccisione di Aldo Moro, trovò nella politica estera (la partecipazione dell’Italia allo Sme, anticipatore della moneta unica europea) la causa più nobile per tornare all’opposizione. L’aveva detto del resto anche Togliatti a De Gasperi nel lontano 1947, quando finì la collaborazione di governo tra la Dc e il Pci: su tutto il resto si può trattare, ma sulla politica estera no.
Pensavamo che la caduta del Muro avesse eliminato questa barriera invisibile che spacca in due il Parlamento italiano e anche gli schieramenti al loro interno (Salvini e Vannacci non sono certo meno filorussi di Conte). E invece la nuova situazione internazionale ha rimesso l’Italia nel limbo dei Paesi divisi sull’essenziale. La novità, piuttosto, sta nel fatto che i panni del «partito straniero» li stia indossando oggi un movimento come quello dei 5 Stelle, che con la storia della sinistra non c’entra nulla.