Corriere della Sera, 14 luglio 2026
Il calcolo di Meloni sugli impegni militari (pensando al voto)
Da una parte c’è il solito, tradizionale, ormai collaudato, scetticismo del governo italiano. I Volenterosi di Macron? Oltre a stilare giudizi, dalle parti di Palazzo Chigi, si aggiungono domande rivolte ai cronisti: «Quanto servono al futuro del presidente francese e quanto realmente a un processo integrato di aiuto dell’Ucraina, che fra l’altro ricalca i processi in corso nell’Ue?».
Giorgia Meloni non è andata, e lo aveva annunciato anche in modo leggermente brutale nell’ultimo giorno del vertice Nato, ad Ankara, quando era quasi sbottata di fronte alla domanda: «Potrò anche saltarne uno, se ho altri dossier di cui occuparmi?». Gli altri dossier di cui parlava la premier si sono manifestati con chiarezza poche ore dopo: una giornata a Palermo a presiedere il Comitato per l’ordine e la sicurezza, dunque un appuntamento che è l’inizio di un’agenda che da qui alle elezioni del prossimo anno proprio sulla sicurezza delle città, sulle leggi del governo per fornire risposte a cittadini insicuri, sarà incentrata.
Se scavi ancora, anche fonti di governo traducono la brutalità di Meloni ad Ankara, quando annunciò che sarebbe andato il ministro degli Esteri Antonio Tajani, in parole più esplicite, e soprattutto sul filo di un ragionamento che è quello imperante a Palazzo Chigi: «A Parigi e a Berlino i leader davanti non hanno una dinamica elettorale come quella della premier italiana, non c’è un capitale politico da difendere».
Insomma il trade off, per usare un linguaggio degli economisti, fra consenso interno e sforzi internazionali pur legittimi e sacrosanti, che l’Italia appoggia ma trova anche un po’ stucchevoli, che in parte ricalcano e raddoppiano iniziative in corso di attuazione in seno alla Commissione della Ue, non è leggero e ha una forbice molto ampia: la rinuncia che Meloni ha già deciso di compiere a favore del consenso interno è quella di tirare il freno a mano su tutte quelle iniziative militari che non sono né indispensabili né altamente concrete.
In questo caso l’appuntamento di Parigi, visto che il sistema di protezione dal pericolo di missili balistici è solo l’embrione di un progetto, sembra che a giudizio della premier avesse entrambe le caratteristiche. C’è persino, sussurrata, una punta di malizia non indifferente quando si fa notare che l’attacco hacker dei russi contro alcuni Paesi europei sia scattato proprio quando iniziava il vertice. La grancassa di qualcosa che accade quasi ogni giorno, a fini mediatici: considerazioni appena accennate, che rimbalzano a Roma e sono poste in modo interrogativo, per non aprire crepe ulteriori con l’Eliseo. Di sicuro, come punto fermo, c’è che il sistema Nato di monitoraggio dello spazio aereo e della difesa degli obiettivi strategici su tutto il territorio europeo dell’Alleanza è stato acquistato da Palantir, made in Usa. C’è anche di sicuro che il Michelangelo Dome, il nuovo sistema di difesa avanzata presentato da Leonardo, un’architettura software di sicurezza e difesa europea, potrebbe essere ridimensionato con la nuova governance della partecipata.
Eppure, nonostante tutto, ogni sforzo viene comunque apprezzato. Guido Crosetto ha definito la riunione di Parigi «un passo importante per la sicurezza e anche per l’industria». Mentre Antonio Tajani ha avuto un colloquio con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, che chiede con forza a tutti sistemi antimissile come il Samp-T, per il quale, per una sola unità, ci vogliono sei mesi di produzione. E soprattutto molti soldi. Quelli che il governo da qualche mese, se riguardano investimenti militari, ha congelato.