Corriere della Sera, 14 luglio 2026
Così nel mondo finisce la libertà di navigazione
Un racket si definisce tale quando crea a qualcuno un problema di sicurezza e poi si fa pagare dalla vittima stessa per «proteggerla». Inavvertitamente, e almeno a parole, Donald Trump ieri potrebbe aver varcato anche questa soglia.
Non esistevano problemi di sicurezza a Hormuz prima che gli Stati Uniti attaccassero l’Iran, senza capire che il regime di Teheran avrebbe reagito bloccando lo Stretto. Da allora sono passati oltre cinque mesi e l’amministrazione Trump si è rivelata incapace di allentare la presa di Teheran su quel braccio di mare strategico per il petrolio: il Pentagono avrebbe i mezzi, ovvio; ma solo con un’operazione navale e di terra così rischiosa, in termini di vite di soldati americani, che la Casa Bianca non osa.
Di conseguenza, l’Iran capisce che può usare il controllo e possibili pedaggi sul transito da Hormuz come leva per imporre il suo predominio sull’area. Del resto l’amministrazione americana stessa ha accettato una formula ambigua, nel Memorandum d’intesa con Teheran in giugno, che non chiude a questa possibilità. L’errore è stato in primo luogo di JD Vance, il vicepresidente che ha trattato con gli iraniani, e non potrà che restargli addosso come una medaglia politicamente radioattiva per il resto della carriera. Se Vance cercherà di farla dimenticare, sarà magari Trump stesso a ricordargliela.
L’alternativa, per il presidente, è peggiore: ammettere che ha guidato lui stesso l’America in questo vicolo cieco, mentre la clessidra scorre verso le elezioni di midterm, il prezzo della benzina resta del 60% sopra a quello di metà febbraio e circa metà degli arsenali di missili di precisione sono già stati usati.
Spalle al muro, come spesso fa, adesso Donald Trump rilancia. Proclama l’America «guardiano» di Hormuz; e per non apparire da meno dell’avversario che lo umilia, annuncia anche lui un pedaggio pari al 20% del valore della merce di ogni nave che passa, in cambio della protezione. In teoria, sarebbero pagamenti per un servizio di sicurezza garantito da un dispiegamento militare che costa al bilancio americano circa un miliardo di dollari al giorno.
Ma anche il rilancio, come spesso gli accade, non fa che affondare Trump in una palude di contraddizioni sempre più profonda. Non solo perché l’idea del dazio in cambio di «protezione» – ammesso che Trump sia in grado di darla, dopo aver fallito per mesi – volta le spalle a ottant’anni di politica americana. Dal secondo dopoguerra gli Stati Uniti hanno mantenuto centinaia di basi militari nel mondo precisamente per garantire gli accordi internazionali che prevedono libero scambio e libertà di navigazione: un ruolo simile a quello della Gran Bretagna all’apice del suo impero nell’Ottocento. Era stato lo stesso segretario di Stato Marco Rubio a ricordare che «a nessun Paese è permesso di far pagare pedaggi o commissioni su una rotta internazionale», perché «questo dice il diritto internazionale stesso». Venti giorni dopo, il suo presidente annuncia esattamente questo.
C’è però una contraddizione anche più carica di conseguenze, subito colta da Abbas Araghchi. Ha scritto ieri sera in un post su X il ministro degli Esteri di Teheran, facendosi beffe di Trump: «Il presidente degli Stati Uniti ha assolutamente ragione. Chiunque fornisca un passaggio sicuro alle navi commerciali attraverso Hormuz dev’essere compensato per questo servizio. L’Iran è sempre stato il guardiano dello Stretto e lo resterà per sempre. Il 20% (chiesto da Trump, ndr ) è ovviamente troppo. Noi saremo corretti». Certo ora il tycoon potrà fare retromarcia, come spesso gli accade. Ma ciò che ha scritto resta: la pretesa dei dazi nelle acque internazionali è ormai legittimata dall’egemone del post-Guerra fredda. Perché da domani l’Iran dovrebbe smettere di pensarci nel Golfo, la Russia nell’Artico, la Cina a Taiwan o la Turchia sul Bosforo?