Tuttolibri, 11 luglio 2026
Intervista a Nicoletta Costa
Se si è stati bambini negli ultimi quarant’anni è quasi impossibile non aver incrociato Nicoletta Costa. Con un tratto che è solo suo e delle storie sempre chiare, sempre gentili, ha creato uno degli universi più longevi e riconoscibili della letteratura per ragazzi italiana.
La sua è una lunga carriera, di quelle (e non sono moltissime) capaci di resistere all’alternarsi delle generazioni. I bambini nati negli anni Ottanta, rapiti dalle storie della nuvola Olga che non sapeva dove fare la pioggia, leggono oggi ai loro figli le stesse storie e molte altre nuove, ritrovando intatta la stessa magia. Nel frattempo Costa non si è mai fermata e non sembra aver intenzione di farlo: ha continuato a inventare nuovi personaggi e sperimentato codici e atterraggi sempre diversi, dall’arredamento ai cartoni animati, dai giochi da tavola ai vestiti per bambini.
Ma un po’ come Schultz, Richard Scarry o Paolo Nori, Nicoletta Costa appartiene a quella categoria di artisti che non ha mai avuto paura di fare la stessa cosa. Un po’ perché la coerenza rimane un valore, ma soprattutto perché è nel gioco delle variazioni, anche minime, che si costruisce la ricchezza dell’universo.
Quanti libri ha pubblicato nella vita?
«Non lo so con precisione, ma mi dicono che sono più o meno seicento. Purtroppo non riesco a fare le cose con calma, per bene. Quando parto, poi vado veloce. Tanti amici illustratori prima di finire una tavola la rifanno tre volte, io non sono mai riuscita ad essere così curata».
E come disegnava da bambina?
«Quasi uguale, davvero. Io non ho mai imparato a disegnare. Quando mio padre mi ha mandato al liceo classico invece che all’artistico c’ero rimasta male, ma col senno di poi è stata la mia fortuna».
Com’è cominciata, però?
«Disegno da sempre, ma nessuno mi prendeva particolarmente in considerazione. Una volta mi avevano fatto un culo pazzesco perché avevo fatto Cappuccetto blu. Non è che avessi in testa il libro di Munari, è solo che ai tempi nessuno mi regalava dei colori. Poi una volta ho preso la scarlattina e sono rimasta a casa per un po’; ho partecipato a questo concorso di disegno per bambini e sono arrivata prima in tutta Italia. Credo che a quel punto mi abbiano regalato dei colori».
Poi disegnare è diventato il suo mestiere.
«In Italia, negli anni Ottanta, i libri per bambini non erano un granché. Quindi ho pensato che forse potevo provare anch’io. All’inizio non è stato facile: per più di dieci anni ho continuato a lavorare nello studio da architetto di mio padre, poi sono riuscita a mollare, non senza problemi e delusioni familiari. Mio padre mi diceva che se proprio dovevo fare l’illustratrice, almeno potevo disegnare per gli adulti».
E non le è mai venuta la tentazione?
«Quando ho iniziato ero molto affascinata dai lavori di Luzzati e Zav?el. Da Zav?el andavo anche a lezione e lui ha provato in tutti i modi a togliermi i bordi neri dalle figure. Io guardavo le sue tavole così poetiche e invidiavo quel suo modo, ma alla fine non ce l’ho fatta. Credo siano stati i miei personaggi a farmi continuare a credere in questo mio tratto».
Quali sono nati per primi?
«Ci sono dei miei disegni di quando ero piccola che sono impressionanti. Purtroppo non ne ho più molti, ma lì c’era già tutto: la nuvola Olga, il sole con i raggi a strisce, e poi l’albero vanitoso e la maestra Margherita. Ci sono altri personaggi che nel tempo si sono un po’ persi, ma c’è un nucleo che è rimasto incredibilmente intatto».
Nella sua carriera ha realizzato moltissime serie, con pini, nuvole e conigli. Se li guarda da lontano li considera appartenenti a un unico mondo o li sente separati?
«In tutte le cose che invento ci sono delle regole comuni. Nei miei libri, per esempio, non c’è la paura e nemmeno la rabbia. Non c’è un vero motivo per questo, sicuramente sono cose che non so disegnare. Però credo che ogni personaggio abiti uno spazio a sé. La nuvola Olga vive nel mondo di sopra e ha le sue regole, mentre le storie della maestra Margherita stanno in un contesto più reale, molto più simile a quello vissuto dai bambini e con cui racconto la scuola».
E poi c’è Giulio Coniglio.
«Nel suo mondo la parola d’ordine è l’amicizia: tutto ruota attorno a tre amici inseparabili che si aiutano, a cui va aggiunta la lumaca. È un’idea semplice, ma una signora mi ha scritto che Giulio Coniglio è stato un ottimo compagno. Ha avuto una figlia da sola e Giulio Coniglio è stato per lei il modo di dimostrare che non tutte le famiglie sono uguali. Nei miei lavori cerco di non mettere la famiglia, perché in realtà non è un’esperienza comune a tutti i bambini. L’amicizia è più universale e nel mondo di Giulio Coniglio basta quella».
Forse non è possibile definirla un’autrice politica, però in qualche modo la realtà entra nelle sue storie.
«Succede soprattutto nei libri della famiglia Grilli. Per esempio c’è una storia della formica homeless che ha dovuto abbandonare casa sua per colpa della tempesta. Oppure in un’altra c’è una coccinella rossa che finisce tra i grilli, che sono verdi. Cerco di raccontare cose semplici, anche un po’ didattiche: aiutare gli altri, provare a capirsi, diventare amici. Niente di eccezionale, ma cose che credo siano importanti».
Una sua grande passione è poi quella per l’alfabeto e gli abecedari.
«Ne ho fatti moltissimi, e mi piace sempre molto farne e forse ne farò ancora. Anche perché con l’alfabeto disegnato posso fare i nomi. Avevo cominciato illustrandoli a mano per i bambini, poi si è sparsa un po’ la voce e adesso mi ritrovo con una cartella gigantesca: pensavo ormai di averli fatti quasi tutti, ma è pazzesco come di generazione in generazione spuntino fuori dei nomi sempre nuovi».
Cosa ha significato per il suo lavoro l’incontro con i bambini?
«Io uso i bambini per capire se una storia funziona. Le continuiamo insieme e se fa ridere, vuol dire che sono sulla strada giusta. Ma la cosa che preferisco fare con i bambini è disegnare. Sono così bravi, ho una collezione enorme di loro disegni. Ogni tanto guardo le tavole fatte da me e penso che siano molto più brutte delle loro. Purtroppo ci sono molti bambini che pensano di non essere capaci, riuscire a sbloccarli, dargli fiducia, è per me una delle soddisfazioni più grandi».
Se dovesse dare una prima lezione di disegno, quale sarebbe?
«Intanto bisogna avere un bel foglio pulito e grande, e non solo uno, bisogna averne dieci. Perché la prima cosa da togliere è la paura di sbagliare: bisogna avere la possibilità di provare finché non si è contenti. E poi ci vuole un pennarello che scrive, i pennarelli devono scrivere. Quando vedo che qualcuno rimette un pennarello che non scrive insieme agli altri mi metto ad urlare, perché quel pennarello potrebbe finire tra le mani di un bambino timido, che magari non si sente di chiederne uno nuovo…».
Lei è rimasta sempre a Trieste. Mi racconta qualcosa del suo rapporto con la città?
«Quando avevo vent’anni era una città che aveva subito delle gravi ferite, ed era una città arrabbiata. Era una città molto anziana, lontana da tutto, con pochissimi giovani. In parte queste cose sono vere anche adesso, però credo sia anche una città speciale, un po’ perché ha una natura bellissima, un po’ perché ci sono stati dei personaggi che forse non sono i tipici triestini, ma che l’hanno resa speciale. Penso a Basaglia e a Margherita Hack».
E poi è una città di libri e scrittori, anche per ragazzi.
«Mia madre andava a scuola insieme a Donatella Ziliotto e io l’ho sempre considerata come una zia. Quando dovevo andare a Milano, e ai tempi era quasi impossibile farlo in giornata, andavo sempre a dormire da Donatella. Ma soprattutto, quando ero piccola ricevevo tutti i libri che pubblicava per la Vallecchi ed è grazie a lei che ho conosciuto prestissimo cose che poi sono diventate dei classici. Per esempio adoravo Pippi Calzelunghe, era il mio idolo da bambina ed è stata Donatella a farmela conoscere».
E oggi che lettrice è?
«Leggo molto, anche se devo ammettere che il telefono mi distrae. Mi considero una lettrice, nel senso che leggo perché mi piace, mi appassiona, non per necessità. Io per lettore intendo una persona che quando arriva in albergo e scopre di essersi dimenticato il libro, si spara».
Mi hanno detto che un’altra sua grande passione sono i cavalli.
«Ne ho due e ci vado quasi tutti i giorni. Un paio d’anni fa sono caduta e mi sono rotta cinque costole. Il dottore mi aveva detto di non salirci più, ma io dopo pochi mesi ero di nuovo in sella. Faccio attenzione, ma con i cavalli è così: ogni tanto capita di cadere».