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 2026  luglio 05 Domenica calendario

Il cammello marcia sulle vie del tè

C’è una pianta in Cina che produce sostanze per difendersi dagli insetti e per attirare gli impollinatori. E alla fine, con questo mix di caffeina, L-teanina e catechine, attira anche noi. È la pianta del tè. Quando si ordina una bevanda calda a base di foglie di Camellia sinensis, il mondo si divide in due grandi squadre: c’è chi dice tea e c’è chi dice chai. Quando è iniziata questa Grande Divisione? Pare che le prime piante spuntassero presso la sorgente dell’Irrawaddy, nel territorio del Regno di Mezzo, quasi al confine con la Birmania (oggi Myanmar); e da lì viene anche il carattere cinese all’origine del nome. Oggi si pronuncia chá, ma la storia del commercio globale non è un’autostrada, è un reticolo caotico di sentieri e di porti. E così, lungo il viaggio, la parola ha mutato forma.
Le foglie venivano raccolte, fatte appassire, arrotolate o pressate per rompere le cellule e liberare gli oli essenziali, poi ossidate (ed è il processo che differenzia i vari tè), infine essiccate al sole. Per papille forti, una variante è addirittura affumicata su legni di pino: è il Lapsang Souchong. Infine i panetti venivano caricati in ghirlande sui dorsi di ronzini o muli, che si inerpicavano oggi come allora lungo la Via del Tè: inizia nel Xishuangbanna, placide colline dal clima umido, poi piega verso nord-ovest, attraverso la città-mercato di Dali, ai piedi di vette che sfidano il cielo, e l’intatto borgo di Shaxi, strade acciottolate e stalle, per arrivare a Lijiang, nei cui canali giocano i riflessi delle montagne d’un bianco che ferisce gli occhi e lo scarlatto delle lanterne. Ultima fermata, l’altopiano del Tibet, a quasi 3 mila metri di altitudine, aria fredda e secca, monasteri che si affastellano, odore ipnotico di legna e incenso.
La Cina continentale era un Paese agricolo, povero di pascoli, e i cavalli li ha sempre dovuti importare. Il Tibet, al contrario, aveva una lunga tradizione nell’equitazione, e – con una dieta quasi priva di fibre vegetali e ricca di carne e grassi – aveva enormemente bisogno di tè. E così, già nell’XI secolo i cinesi avevano fissato lo scambio a 60 chili di tè per un cavallo.
E poi, in piena Asia centrale, arrivava un bivio. A destra, la Via della Seta che scende verso ovest per terra, attraverso l’India, la Persia, il Medio Oriente. A sinistra, i mari del Sudest asiatico, i porti del Fujian, le navi olandesi cariche di porcellane e spezie.
Se una notte d’inverno un viaggiatore prende la strada di destra, la pronuncia che viaggia con lui è quella del cinese mandarino: chá. Se ordinate un tè a Istanbul, a Mumbai, a Mosca o a Tehran, state usando la stessa parola che usavano soldati e carovane millenni fa.
Se il pellegrino prende invece la strada di sinistra, arriva nel Fujian, la regione costiera del sud della Cina. Qui si parla il dialetto Min meridionale dove lo stesso carattere si pronuncia tê. Sono i commercianti olandesi della Compagnia delle Indie Orientali, nel XVII secolo, a caricare questa parola sulle loro navi insieme alle prime casse di foglie essiccate, Ed ecco perché tutta l’Europa occidentale beve qualcosa che suona come tè. Con l’eccezione dei portoghesi: l’infuso lo scovarono a Macao, nel sud della Cina, dove la pianta si chiama chá. Così a Lisbona, sola in Europa occidentale, il tè si chiama chá come in Russia, Turchia, e India: piccola anomalia geografica che racconta secoli di rotte commerciali alternative e di lotte per il monopolio.
Dal tè al cammello il passo è breve. L’origine della parola è indiscutibilmente semitica: in fenicio gaml, in ebraico gamál, in arabo jamal. Nessuna sorpresa: il dromedario viene dalla penisola araba – e invece no. I primi camelidi sono originari del Nord America, e arrivano in Arabia passando per lo stretto di Bering quando era ancora una lingua di terra; e la prima domesticazione vide la luce fra le steppe della Mongolia. Ma per il nome, hanno vinto gli arabi sui mongoli. E qui si apre un grande interrogativo, che sicuramente non ha mancato di attanagliare ogni lettore: allora perché diciamo «cammello» e non «gammello»? I linguisti ipotizzano che tra le lingue semitiche ed il greco ci sia stata l’intermediazione del luvio, una lingua indoeuropea parlata nell’Anatolia dell’età del bronzo, tra le più antiche che conosciamo, e che amava iniziare le parole con consonanti sorde. Ed è la lingua della regione in cui sorgeva Troia. Insomma, a far conoscere l’animale ai Greci ci pensò Ettore, il prode domatore di cammelli.
Tutt’altra la parola per «cammello» in inglese antico: olfend. Esatto, come «elefante»: non avendoli mai visti davvero, confondevano i due animali. Le parole, in fondo, funzionano così: quando l’esperienza è di seconda mano – un racconto, un disegno, una voce che arriva da lontano – la parola che ne risulta porta in sé tutta l’approssimazione di quella distanza. Alla stessa maniera, Greci e Romani pensavano di conoscere la Cina, ma avevano due nomi diversi per essa – Serica e Sinae – senza capire che erano lo stesso luogo. Il tè cinese era semplicemente fuori dal loro orizzonte. Sono passati secoli, ma nulla sembra cambiato circa la supponenza dell’Occidente verso l’Oriente.
I Greci antichi bevevano però tisane, ed erano pure sofisticati in materia, solo che usavano piante locali: Teofrasto (372–287 a.C.), padre della botanica, descrisse alcune specie di Sideritis, il tè di montagna greco, così chiamato per la sua proprietà di guarire le ferite da armi di ferro. Il vero tè non arrivò in Europa che nel XVII secolo; ma – sorpresa – in Cina il suo successo richiese tempo: era considerato un’erba locale del sudovest, e solo con la dinastia Tang, nell’VIII secolo, ne divampò la moda come bevanda nazionale. Com’ebbe a chiosare fulmineamente il grande sinologo Marco Ceresa, fu la scoperta dell’acqua calda.