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 2026  luglio 05 Domenica calendario

Attenti al comunista! Chaplin il sorvegliato

«Sono commosso dalla calorosa amicizia e dall’ospitalità di questa nazione dal cuore grande; dalla sua nobile generosità verso chi arriva in cerca di un rifugio dalla tirannia». Atterrato a New York, re Shahdov, monarca europeo in esilio interpretato da Charlie Chaplin, elogia gli Stati Uniti, patria delle libertà. Ma l’ottimismo si dovrà scontrare con «la frenesia materialista» e la «paranoia politica dell’America contemporanea», quella dell’isteria anticomunista e della caccia alle streghe del senatore Joseph McCarthy, avviata a fine anni Quaranta.
Il 12 settembre 1957 Charlie Chaplin portò nelle sale europee Un re a New York, il penultimo film da regista, l’ultimo in cui recita da protagonista – già smessi i panni del vagabondo Charlot: «Il mio film più ribelle», dirà. Una satira dai riferimenti autobiografici girata dopo l’abbandono forzato nel 1952 degli Stati Uniti, la patria d’adozione dove il comico più noto al mondo approdò dall’Inghilterra nel 1912 per costruire la sua carriera – senza mai chiedere la cittadinanza, in quanto «patriota dell’umanità» e cittadino del mondo —, sospettato dall’Fbi di essere affiliato al Partito comunista.
Un re a New York è tra i cinquanta film della grande rassegna che il 79° Locarno Film Festival (in programma in Svizzera dal 5 al 15 agosto) dedica al maccartismo: Red & Black. La sinistra hollywoodiana e la lista nera, curata da Ehsan Khoshbakht, che a «la Lettura» dice: «Vedrete grandi stelle e le produzioni delle major. Ma anche pellicole realizzate da autori in esilio, in Messico, Inghilterra o Francia, prodotte da compagnie più piccole, che a volte non portano nemmeno il vero nome degli autori finiti nella lista nera» – che di fatto impediva ai sospettati di attività anti-americane di lavorare nell’industria cinematografica e televisiva – ma anche spezzoni di cinegiornali e documentari, di ieri e di oggi.
Charlie Chaplin fu tra i più celebri sorvegliati dell’Fbi: tra il 1922 e il 1978 (un anno dopo la morte avvenuta la notte di Natale del 1977 in Svizzera dove dal 1952 si era trasferito con la famiglia) la polizia federale raccolse sulla star un fascicolo di 1.900 pagine, desecretato a fine anni Ottanta e consultabile su vault.fbi.gov/charlie-chaplin. Chaplin fu tra i sospettati di attività anti-americane e la campagna contro di lui portò all’esilio europeo dopo quarant’anni negli Usa.
Il libro/catalogo che accompagna, assieme a un podcast, la rassegna di Locarno (Red & Black, Les éditions de l’œil) pubblica per la prima volta in volume le sei pagine di un prezioso documento conservato nell’archivio di Chaplin – digitalizzato per intero dalla Cineteca di Bologna in collaborazione con la famiglia nell’ambito del Progetto Chaplin e reso disponibile online nel 2019 su charliechaplinarchive.org —, utile a ricostruire la costante attenzione dell’Fbi nei confronti di Chaplin. Si tratta di un fact sheet, un sommario di quanto raccolto dal Bureau of Investigation tra il 1922 e il 1952, «una scheda informativa contenente materiale pertinente alle affiliazioni e attività comuniste di Charles Chaplin» redatta dagli agenti federali. Molto probabilmente, spiega a «la Lettura» Cecilia Cenciarelli della Cineteca di Bologna, che nel libro di Locarno firma il capitolo su Chaplin, «un documento provvisorio ottenuto dagli avvocati» della star, presente nel solo archivio personale.
L’introduzione del testo aiuta a contestualizzare: «Il 20 settembre 1952 il procuratore generale McGranery ha ordinato che a Charles Chaplin fosse vietato l’ingresso negli Stati Uniti fino allo svolgimento di un’udienza volta a determinare la sua ammissibilità ai sensi della legge». Il 17 settembre Chaplin era partito a bordo del Queen Elizabeth con la moglie Oona O’Neill e i figli alla volta di Londra per la prima mondiale di Luci della ribalta. Durante il viaggio le autorità americane revocarono il permesso di rientro. Per James P. McGranery Chaplin era un «personaggio deplorevole», accusato di aver rilasciato «dichiarazioni che denotavano un atteggiamento beffardo e sprezzante nei confronti del Paese la cui generosa ospitalità lo ha arricchito»
Si ricostruisce la vicenda. Primo paragrafo: «Charles Chaplin è arrivato negli U.S. dall’Inghilterra nel 1912». Secondo: «La rivoluzione rossa in Russia è avvenuta nel 1917». Segue una citazione dal «Daily Worker», quotidiano americano di estrema sinistra, del 5 marzo 1944: «Chaplin è un vecchio amico dell’Unione Sovietica fin dal 1917». E poi una lunga rassegna di articoli, dichiarazioni, pettegolezzi, riportati come «prova» dell’affiliazione di Chaplin al comunismo. «La prima moglie, Mildred Harris, dopo il divorzio nel 1920, si lamentò che furono in larga parte le idee socialiste di Chaplin a incrinare il matrimonio. “Portava a casa i suoi amici radicali e non mi piacevano, non volevo mangiare con loro”» (da «The American Legion Magazine», dicembre 1952); «Diego Rivera mi ha detto che Chaplin ha donato 50 mila dollari alla causa comunista» («Esquire Magazine», giugno, 1937, articolo di Jim Tully, King of Laughter); e ancora rendiconti di donazioni, cerimonie, convegni, apprezzamenti da parte della stampa russa.
Nel 1952 si consumò la «fase finale» di quella che lo storico David Robinson in Chaplin. La vita e l’arte (Marsilio, 1987) definì una «guerra dichiarata» contro le idee troppo progressiste di Chaplin. «La prima segnalazione dell’interesse dell’Fbi nei confronti di Chaplin risale al 15 agosto 1922 quando un agente di nome A. A. Hopkins passò l’informazione del ricevimento dato da Chaplin in occasione della visita a Los Angeles di William Z. Foster, esponente di rilievo dei laburisti». Il rapporto colpì il direttore J. Edgar Hoover che chiese ulteriori indagini.
Fino agli anni Quaranta però l’Fbi perse interesse per Chaplin, nonostante, in una celebre gag di Tempi moderni (nel 1936 il «Daily Worker» scrisse che il regista sottopose lo script all’Unione Sovietica prima di portarlo a Hollywood, scrive il fact sheet), nel raccogliere una bandiera rossa caduta da un camion venisse scambiato per il leader di una protesta comunista. Fu Il grande dittatore (1940), esempio di «prematuro anti-fascismo», a ricatturare l’attenzione. «Non è affatto azzardato sostenere che Chaplin sia stato una delle prime personalità di Hollywood a seminare inconsapevolmente il seme della paura tra coloro che aspettavano un segnale per credere che la sinistra radicale fosse impegnata a fare propaganda attraverso i film visti e amati da milioni di americani. L’idea di una lista nera potrebbe benissimo aver preso forma in risposta al vagabondo più famoso del mondo», scrive Cenciarelli nel volume Red & Black.
L’idea di interpretare la sua versione di Hitler a guerra in corso fu vista come una spinta all’intervento degli Stati Uniti, con il lungo discorso finale («Combattiamo per liberare il mondo eliminando confini e barriere, eliminando l’avidità, l’odio e l’intolleranza...») accusato dalla destra di comunismo e dalla sinistra di eccessivo sentimentalismo. Nel 1942, Chaplin partecipò a diversi incontri a sostegno dell’impegno dell’Urss nella Seconda guerra mondiale. A pagina 2 del report si parla di un incontro del 16 ottobre alla Carnegie Hall a New York in cui «urlò: “Grazie a Dio per il comunismo!”» e si espresse a sostegno dell’apertura di un secondo fronte in Europa per togliere pressione sull’Armata Rossa.
Seguirono affannose ricerche di prove delle «simpatie rosse», fino a che, ricostruisce Robinson, «le indagini sulle supposte attività sovversive furono eclissate dal caso Barry», che nell’estete 1943 spostò l’attenzione sulla controversa vita privata di Chaplin e ne compromise l’immagine pubblica, ancora più dei rapporti burrascosi con le prime, giovanissime, mogli. La causa di paternità avviata dall’attrice Joan Barry – con cui Chaplin ebbe una relazione tra il 1941 e il 1942, prima del matrimonio del 1943 con Oona O’Neill, allora diciannovenne – diede l’occasione a Hoover di generare ulteriore pubblicità negativa: Chaplin fu accusato – poi assolto – di aver violato il Mann Act, che vietava il trasporto di donne attraverso i confini di Stato per scopi sessuali, e «turpitudine morale». L’Fbi lavorava così, in contatto con agenzie federali come il Servizio per l’immigrazione e la naturalizzazione (Ins) o la Commissione per le attività antiamericane (Huac) e facendo circolare informazioni tra il Dipartimento di Stato e i giornali con la complicità di editorialiste come Louella Parsons o Hedda Hopper – alla quale nel ’52 il senatore Richard Nixon, membro di spicco dell’Huac di McCarthy, scrisse, pochi mesi prima della revoca del permesso di rientro a Chaplin: «Puoi stare certa che terrò d’occhio il caso».
Le indagini sulle presunte simpatie sovversive di Chaplin ripresero vigore al culmine della caccia alle streghe di McCarthy. Nel 1947, Chaplin scrisse un telegramma a Pablo Picasso «noto comunista spagnolo» (se ne dà conto a pagina 4 del documento riportato in questa pagina) per chiedere sostegno per l’amico compositore austriaco Hanns Eisler, «pericoloso alieno» inserito nella lista nera. E già in un’intervista dell’11 novembre 1947 Chaplin arrivò a dire (riporta la nota): «Forse lascerò gli Stati Uniti. Ho deciso di dichiarare guerra a Hollywood e ai suoi abitanti». Tutto fu messo al setaccio fino a una prima conclusione affidata nel 1949 a un memorandum: «Non è emersa alcuna prova dell’appartenenza di Chaplin al Partito comunista né sono state raccolte altre prove che indicassero che Chaplin fosse coinvolto in attività di spionaggio o di intelligence».
Torniamo al 1952. Informato il 9 settembre dall’Ins dell’imminente partenza della famiglia Chaplin per l’Inghilterra, Hoover incontrò il procuratore generale James P. McGranery e ordinò ai suoi una revisione dei file raccolti dal 1922. Sulla base degli stessi documenti che nel 1949 «il Bureau aveva ritenuto insufficienti» – riporta Cenciarelli – fu negata a Chaplin la possibilità di rientrare negli Stati Uniti. Due erano gli scenari che potevano portare al diniego: «attività politiche sovversive e/o turpitudine morale». Le conclusioni del fact sheet, puntano sul primo: «Questa scheda informativa non ha trattato la vita personale di Chaplin, i suoi numerosi matrimoni e le relazioni fortemente pubblicizzate (...). Lasciamo ad altri la questione privata (...), ma verremmo meno al nostro dovere se non portassimo questa parziale documentazione sulle attività e affiliazioni pro-comuniste all’attenzione del pubblico».
Chaplin non tornò negli Stati Uniti. Scelse di trasferirsi al Manoir de Ban a Corsier-sur-Vevey, in Svizzera, dove nel 1953 iniziò a progettare Un re a New York: «Non è un film politico. Io desidero solo far ridere. È una satira: un clown deve fare della satira». Il re in esilio pieno di ideali si scontra con una società dominata da denaro, pubblicità, estetica e fa amicizia con un ragazzino marxista, figlio di due vittime dalla caccia alle streghe. In America fu distribuito solo nel 1972, anno in cui Chaplin tornò brevemente per ritirare l’Oscar onorario. Il vecchio divieto dimenticato, sulla scia di quanto scritto dal «New York Times» nel 1962: «Non crediamo che la Repubblica sarebbe in pericolo se all’indimenticabile piccolo vagabondo di ieri fosse concesso scendere dalla passerella di un piroscafo o di un aereo in un porto americano».