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 2026  luglio 12 Domenica calendario

Cuba, nel mirino Usa anche le missioni mediche internazionali

Cinque anni dopo, l’11 luglio continua a segnare il presente di Cuba. L’anniversario della più grande protesta dalla Rivoluzione cade mentre l’isola affronta l’ennesimo blackout nazionale, la repressione non si allenta e l’economia resta in caduta libera, con Washington che ha avviato una nuova fase di contrapposizione. Tra i simboli di quelle manifestazioni c’era l’artista Luis Manuel Otero Alcántara, fondatore del Movimento San Isidro, poi condannato a cinque anni di carcere per «oltraggio ai simboli patri» e divenuto uno dei più noti prigionieri politici dell’isola. Gli Stati Uniti chiedevano da mesi la liberazione nei contatti con L’Avana: è stato fatto uscire proprio pochi giorni fa dal carcere di massima sicurezza di Guanajay. Rimane, però, sotto la custodia delle autorità cubane: secondo familiari e attivisti non sarebbe tornato a casa e potrebbe trovarsi nelle mani della Sicurezza dello Stato in vista di un possibile esilio forzato.
Intanto, l’ultimo collasso della rete elettrica nazionale avvenuto lunedì – il terzo dall’inizio dell’anno – ha lasciato quasi tutta Cuba senza corrente. In diversi quartieri della capitale sono ricomparse le proteste spontanee: pentole battute dai balconi, clacson, residenti in strada nel tentativo di trovare un po’ d’aria durante una notte torrida. È un copione che ricorda quello dell’estate del 2021, con la differenza che da allora il prezzo del dissenso è aumentato.
Secondo l’organizzazione Prisoners Defenders, alla fine di giugno nell’isola si contavano 1.306 detenuti per motivi politici, il numero più alto mai documentato dall’Ong. Sul fronte economico, il governo di Miguel Díaz-Canel punta su un pacchetto di 176 riforme che promette maggiore autonomia alle imprese statali, più spazio al settore privato e incentivi agli investimenti. Resta però il dubbio sulla loro capacità di incidere in un Paese segnato da carenze energetiche, inflazione ed emigrazione di massa.
La pressione americana, intanto, si sta spostando su un’altra delle poche risorse che garantiscono valuta pregiata all’isola: le missioni mediche internazionali. Come documentato dal Wall Street Journal, l’amministrazione Trump sta facendo pressione sui governi dell’America Latina e dei Caraibi perché interrompano o rivedano gli accordi con L’Avana per l’impiego di medici cubani. Washington sostiene che il programma nasconda forme di sfruttamento del lavoro e chiede che i sanitari vengano assunti direttamente dai Paesi ospitanti; Cuba rivendica invece una tradizione di cooperazione sanitaria che rappresenta anche una delle principali fonti di entrate del Paese. Alcuni governi hanno già ridimensionato gli accordi, altri – dalla regione caraibica fino alla Calabria – ritengono di non poterne fare a meno.
Sullo sfondo affiorano le aperture a Washington del nipote di Raúl Castro, Raúl Guillermo Rodríguez Castro, subito contestate in ambienti filogovernativi. Alcuni osservatori lo leggono come il tentativo di esplorare uno schema già visto in Venezuela: accanto alla massima pressione economica si affianca la ricerca di possibili interlocutori all’interno dell’apparato. In un contesto, però, molto diverso.