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 2026  luglio 13 Lunedì calendario

Caracas affida la ricostruzione all’Idf dopo 17 anni di crisi diplomatica

Sulla ricostruzione di Caracas, La Guaira e dintorni dopo il terremoto è già inciso lo Scudo di David. Al punto che la fase operativa della Gran misión Venezuela renace, lanciata il 7 luglio dalla presidente Delcy Rodríguez, è ora nelle mani della missione tecnica delle Idf (Israeli defence forces) presente a Caracas. La Gran misión fa da cornice al progetto attuativo israeliano, stilato dai 32 uomini del brigadiere generale Elad Edri, che s’intitola Project for the reconstruction of the future. Il piano è stato formalmente recepito da Rodríguez lo scorso 8 luglio, a Palazzo di Miraflores, a un incontro al quale hanno preso parte il generale Edri e il ministro israeliano degli Esteri Gideon Sa’ar, collegato da remoto. Terminato il vertice, il ministero degli Esteri israeliano ha esteso, per due settimane, la permanenza della delegazione di Tel Aviv nel Paese. Il tutto “su richiesta” di Rodríguez e con la finalità di “avviare l’implementazione del Piano di ricostruzione elaborato da esperti israeliani”. A sua volta, la stessa Rodríguez ha confermato l’attivazione di Tel Aviv nel Paese, attraverso “un gruppo altamente preparato e professionista che fornisce un sostegno tecnico fondamentale per valutare la stabilità delle nostre città”. Lontani i tempi in cui la stessa Rodríguez denunciava che il blitz Usa del 3 gennaio – in cui fu catturato l’ex presidente Nicolás Maduro – aveva “tinte sioniste” ed era stato eseguito “sotto falsi pretesti” per “impossessarsi delle risorse naturali” di Caracas.
A sommi capi, il piano israeliano prevede il censimento – già in corso – di 1.300 edifici residenziali a Caracas e La Guaira, classificati in “rosso”, “giallo” e “verde” in base al livello di rischio o abitabilità delle strutture. In programma anche la rimozione di macerie per 1,2 milioni di tonnellate e la discesa in campo di firme come Xtend e SmartAid, che forniscono rispettivamente droni e impianti di potabilizzazione dell’acqua ed energia elettrica per gli ospedali. L’operazione conta sul patrocinio degli Stati Uniti, pronti ad attingere dagli otto miliardi di dollari in entrate petrolifere bloccati a New York. L’élite, un tempo rivoluzionaria, ora tace. E si ribellano solo le basi. “Avvertiamo la presenza di fattori sionisti in Venezuela”, ha denunciato la Piattaforma internazionale della causa palestinese nel Paese. “Arrivano come uomini di pace e, come avvertono le Scritture, si travestono da pecora per rubare, uccidere e distruggere. Proprio come accade in Palestina”. Criticata soprattutto la presenza del generale Edri, sostenitore delle guerre preventive di Benjamin Netanyahu: “Siamo passati da una dottrina di pura difesa passiva a una strategia di rimozione proattiva delle minacce”, diceva.
Fonti governative denunciano a ilfattoquotidiano.it la presenza di elementi del Mossad a braccetto con l’intelligence di Caracas. L’attivista Erika Ortega lamenta di aver ricevuto “minacce e chiamate” da contatti registrati in Florida. “È successo dopo che ho denunciato la presenza di agenti sionisti nell’Università centrale del Venezuela”, spiega. “Il sionismo, che ha bombardato e ammazzato 70mila palestinesi, secondo l’Onu, non può essere l’autore della ricostruzione in Venezuela”, denuncia. La strana alleanza è stata contestata anche dall’analista politico Carlos Eduardo Piña, che su Al Jazeera parla di “una strategia”, quella di Rodríguez, “dettata dalla sopravvivenza politica e non dalla convinzione”, poiché mirata a compiacere Washington.
Tuttavia, il riavvicinamento Caracas-Tel Aviv non è iniziato dopo il terremoto, bensì nel mese di febbraio, con l’arrivo di 200mila barili di greggio portati dalla nave Poliegos al porto di Haifa, dove ha sede la petrolchimica Bazan Group. Quello è stato il primo gesto di distensione tra i due Paesi dopo 17 anni di rottura diplomatica. Era il 15 gennaio 2009, infatti, quando l’allora presidente Hugo Chávez Frías interruppe le relazioni diplomatiche con Israele in risposta all’operazione Cast Lead eseguita da Tel Aviv su Gaza. Fu l’inizio dell’escalation: “Maledetto sia lo Stato d’Israele! Maledetto tu sia, terrorista e assassino! viva il popolo palestinese”, disse Chávez un anno e mezzo dopo, reagendo all’abbordaggio israeliano sulla nave Mavi Marmara, che causò la morte di dieci attivisti, condannata dalla comunità internazionale. Da allora i rapporti tra i due Paesi sono stati gestiti da Isaac Cohen, ora rabbino capo nel Paese e interlocutore di Israele con l’amministrazione Rodríguez, regista nell’ombra dell’arrivo dell’Idf a Caracas. “Vorrei ringraziare il rabbino Cohen”, ha detto la presidente il 3 luglio”, per tutto il coordinamento che ha permesso di allacciare contatti col governo israeliano e portare qui, in questo momento, un team di esperti”. Cohen, nato a Tangeri e di origine sefardita, attraverso l’Associazione israeliana del Venezuela, ha sostenuto l’arrivo della missione tecnica Idf, garantendo ospitalità, trasporti, interprete, sicurezza e cibo kosher. Governance, sebbene piccola, nelle crepe di uno Stato assente.